Il monitoraggio Agenas rivela un sistema a due velocità: le Centrali operative territoriali sono vicine al completamento (625 su 657), ma le Case della Comunità restano l'anello debole – su 1.715 strutture programmate, solo 66 sono pienamente operative con servizi e il personale medico e infermieristico.
La riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Dm 77 procede, ma con velocità molto diverse a seconda delle strutture. A fotografare lo stato dell’arte è il nuovo monitoraggio di Agenas, che nella sintesi complessiva evidenzia soprattutto un dato: le Case della Comunità restano l’anello più debole dell’intero impianto.
Secondo la tabella di riepilogo nazionale, a fronte di 1.715 Case della Comunità programmate, quelle con almeno un servizio attivo sono 781. Meno della metà. Ma è guardando dentro questo numero che emerge il vero ritardo.
Case della Comunità: il nodo non è aprirle, ma renderle operative
Il problema principale non è tanto l’apertura delle strutture, quanto la loro effettiva operatività.
Delle 781 strutture attive:
- solo 219 dichiarano tutti i servizi obbligatori attivi, ma senza personale medico e infermieristico completo ;
- appena 66 possono dirsi pienamente operative, cioè con tutti i servizi previsti e con presenza sia medica sia infermieristica.
Il dato è quello che più colpisce: significa che meno del 4% delle Case della Comunità programmate è realmente completa e funzionante.
Il quadro che emerge è quello di una rete ancora largamente incompleta, dove molte strutture esistono formalmente o erogano servizi parziali, ma non hanno ancora raggiunto il livello organizzativo previsto dalla riforma.
Centrali operative territoriali: target quasi raggiunto
Diversa la situazione delle Centrali operative territoriali (COT), che rappresentano il nodo di coordinamento della presa in carico dei pazienti.
Qui i numeri sono molto più avanzati:
- 657 centrali previste
- 625 già pienamente funzionanti e certificate
Si tratta di un livello di realizzazione molto elevato, vicino al completamento. Il sistema delle COT appare quindi, almeno sul piano numerico, il segmento più maturo della riforma.
Ospedali di comunità: attivazione ancora limitata
Più indietro, invece, gli Ospedali di comunità, pensati come strutture intermedie tra ospedale e territorio.
A fronte di 594 strutture previste, risultano solo 163 quelle dichiarate attive .
In questo caso, il ritardo è netto: meno di un terzo delle strutture previste è effettivamente operativo. Un dato che segnala come la componente più “strutturale” della riforma, legata alla disponibilità di posti letto e personale dedicato, stia incontrando maggiori difficoltà.

Una riforma che arranca
La fotografia complessiva restituisce un sistema che procede con grandi difficoltà.
Da un lato le Centrali operative territoriali, ormai prossime al completamento; dall’altro le Case della Comunità e gli Ospedali di comunità, ancora lontani dagli standard previsti.
Ma soprattutto, il dato più critico riguarda la qualità dell’attivazione: nel caso delle Case della Comunità, la distanza tra strutture “aperte” e strutture pienamente funzionanti resta enorme.
È proprio su questo scarto – tra programmazione e reale capacità operativa – che si gioca il successo della riforma della sanità territoriale. E, almeno per ora, i numeri indicano che il percorso è ancora lungo.