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L’inverno demografico non si ferma. In Italia sempre meno bambini: nel 2025 appena 355mila nascite. E il 2026 va ancora peggio. I dati Istat

Il nuovo rapporto Istat fotografa un Paese che continua a fare sempre meno figli. Nel 2025 le nascite sono diminuite del 3,8%, oltre 14mila in meno rispetto all’anno precedente e ben 220mila in meno rispetto al 2008. Nuovo minimo storico per la fecondità, scesa a 1,14 figli per donna, mentre i primi dati del 2026 confermano il trend negativo. Si diventa genitori sempre più tardi e quasi una donna su quattro, tra quelle nate nel 1976, non ha avuto figli. Una crisi strutturale che interroga anche il futuro del Servizio sanitario nazionale. IL RAPPORTO

21 OTT -

L’inverno demografico italiano prosegue senza sosta. Anzi, anno dopo anno, i numeri continuano a peggiorare, senza che si intravedano segnali concreti di un’inversione di tendenza. Si fanno sempre meno figli, si diventa genitori sempre più tardi e il numero delle donne in età fertile continua a ridursi. Una spirale demografica che sembra ormai essersi radicata nella struttura stessa della popolazione italiana.

A certificarlo è il nuovo rapporto Istat Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025, pubblicato oggi, che restituisce l’immagine di un Paese nel quale la denatalità non rappresenta più una fase congiunturale, ma una tendenza di lungo periodo che si autoalimenta.

Nel 2025 sono nati appena 355.772 bambini, il 3,8% in meno rispetto al 2024, pari a una riduzione di 14.172 nascite. Un dato che assume proporzioni ancora più impressionanti se confrontato con il 2008, quando in Italia erano venuti al mondo 576.659 bambini. Da allora le nascite sono diminuite del 38,3%, con oltre 220mila nuovi nati in meno ogni anno.

In termini relativi, il tasso di natalità è ormai sceso ad appena 6 bambini ogni mille abitanti, contro i 9,7 del 2008.

E le prospettive per l’anno in corso non autorizzano all’ottimismo. Secondo i primi dati provvisori dell’Istat, tra gennaio e luglio 2026 sono nati 196.864 bambini, circa 2mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con una flessione dell’1,1%. Il calo rallenta, dunque, ma non si arresta.

Fecondità al minimo storico: appena 1,14 figli per donna

A rendere ancora più preoccupante il quadro è il nuovo record negativo della fecondità. Nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, contro 1,18 del 2024, che aveva già rappresentato il minimo storico.

Un valore ormai lontanissimo dalla soglia di 2,1 figli per donna considerata necessaria per garantire il ricambio generazionale in assenza di migrazioni. E anche rispetto al picco di 1,44 figli registrato nel triennio 2008-2010, il ridimensionamento è evidente.

La tendenza riguarda tutte le componenti della popolazione. Tra le donne italiane la fecondità è scesa a 1,07 figli, rispetto a 1,11 nel 2024. Tra le donne straniere, tradizionalmente caratterizzate da livelli di fecondità più elevati, il dato è passato da 1,81 a 1,74.

Il contributo della popolazione straniera, che negli anni Duemila aveva contribuito a sostenere la natalità italiana, non è quindi più sufficiente a compensare il declino complessivo.

E anche qui il 2026 sembra confermare la tendenza: nei primi sette mesi dell’anno il numero medio di figli per donna è stimato a 1,13.

Sempre meno primi figli: la crisi investe anche la scelta di diventare genitori

Non diminuiscono soltanto le famiglie numerose. Il dato forse più significativo è che continuano a ridursi anche le nascite dei primi figli.

Nel 2025 i primogeniti sono stati 174.842, in diminuzione del 3,7% rispetto al 2024. I secondi figli sono scesi a 127.479 (-4,8%), mentre quelli di terzo ordine e successivi si sono fermati a 53.451 (-2,1%).

È la conferma che il problema non riguarda esclusivamente la difficoltà di allargare la famiglia, ma sempre più spesso la possibilità stessa di iniziare un percorso di genitorialità.

L’Istat individua diversi fattori alla base del fenomeno: precarietà del lavoro giovanile, difficoltà di accesso al mercato abitativo, prolungamento dei percorsi di istruzione e ostacoli nella conciliazione tra lavoro e famiglia. A questi elementi si affiancano cambiamenti nelle scelte individuali e nei progetti di vita.

Ma c’è anche una componente strettamente demografica che rende particolarmente difficile invertire la rotta. Le generazioni oggi in età riproduttiva sono numericamente meno consistenti rispetto a quelle precedenti, proprio perché nate negli anni in cui la fecondità aveva già iniziato a diminuire.

In altre parole, nascono meno bambini anche perché ci sono sempre meno potenziali genitori. Un meccanismo che rischia di perpetuare il declino anche negli anni a venire.

Si diventa madri sempre più tardi: il primo figlio arriva a 32 anni

Un altro elemento centrale della crisi demografica è il progressivo rinvio della maternità.

Nel 2025 l’età media delle donne al parto ha raggiunto 32,7 anni, contro i 32,6 del 2024. Ma il dato più significativo riguarda il primo figlio: per la prima volta l’età media è arrivata a 32 anni, quasi quattro anni in più rispetto al 1995, quando era di 28,1 anni.

Tra le donne italiane l’età media al parto raggiunge i 33,2 anni.

Il fenomeno appare particolarmente evidente tra le donne con livelli di istruzione più elevati. Le laureate hanno in media 1,09 figli e partoriscono a 34,9 anni, mentre le donne con licenza media presentano una fecondità di 1,58 figli e un’età media al parto di 29,7 anni. Tra le diplomate il numero medio di figli è ancora più basso, pari a 1,06.

Un divario che riflette percorsi formativi e professionali differenti, ma anche le difficoltà di conciliare il lavoro con la maternità.

Il rinvio della genitorialità ha inevitabilmente conseguenze anche sul piano delle possibilità riproduttive. Come osserva l’Istat, posticipare la nascita del primo figlio riduce il tempo disponibile per realizzare i propri progetti familiari e può tradursi nella rinuncia ad avere ulteriori figli.

Quasi una donna su quattro arriva alla fine dell’età fertile senza figli

L’analisi per generazioni offre un’ulteriore conferma della profondità del cambiamento demografico.

Tra le donne nate nel 1947, soltanto una su dieci non aveva avuto figli al termine della vita riproduttiva. Per quelle nate nel 1976, che nel 2025 hanno compiuto 49 anni, la quota sale al 23%, quasi una su quattro.

Anche il numero medio di figli effettivamente avuti nel corso della vita è diminuito sensibilmente: da 2,01 per le donne nate nel 1947 a 1,44 per quelle del 1976.

Un cambiamento che non può essere spiegato soltanto con il rinvio della maternità, ma testimonia una trasformazione più profonda dei comportamenti riproduttivi e delle condizioni nelle quali si costruiscono i progetti familiari.

Sardegna maglia nera, Bolzano resiste. Ma il calo riguarda quasi tutta Italia

L’inverno demografico non risparmia praticamente nessuna area del Paese.

Il Centro registra la fecondità più bassa, pari a 1,07 figli per donna, seguito dal Nord con 1,15 e dal Mezzogiorno con 1,16.

La Sardegna continua a detenere il primato negativo nazionale: appena 0,85 figli per donna, in ulteriore diminuzione rispetto allo 0,91 del 2024. È l’unica regione con un valore inferiore a un figlio per donna.

All’estremo opposto si colloca la Provincia autonoma di Bolzano, che mantiene il livello più elevato con 1,54 figli per donna, in lieve crescita rispetto all’anno precedente.

Seguono la Provincia autonoma di Trento con 1,24 e Sicilia e Campania con 1,22.

Ma il dato di fondo è quello di un progressivo avvicinamento verso il basso dei comportamenti riproduttivi tra Nord e Sud. Anche le aree tradizionalmente caratterizzate da famiglie più numerose stanno perdendo questa peculiarità.

Diminuiscono anche le nascite da genitori stranieri

La riduzione delle nascite attraversa anche la popolazione di origine straniera.

Nel 2025 i bambini nati da due genitori italiani sono stati 275.330, in calo del 4,8% rispetto all’anno precedente. I nati da entrambi i genitori stranieri sono stati 49.002, in diminuzione del 3,1%.

Crescono invece i nati da coppie miste, che raggiungono quota 31.440, con un aumento del 4,2%.

Complessivamente, i bambini con almeno un genitore straniero rappresentano il 22,6% delle nascite.

Cambia anche il modello familiare: il 44,1% dei bambini nasce ormai fuori dal matrimonio, una quota in aumento rispetto al 43,2% del 2024. Nel Centro, per la prima volta, questa percentuale supera la metà delle nascite, raggiungendo il 50,1%.

Un’emergenza demografica che riguarda anche il futuro della sanità

I dati dell’Istat non rappresentano soltanto una fotografia della crisi della natalità. Interrogano direttamente anche la sostenibilità futura del sistema sanitario e l’organizzazione dell’assistenza.

Una popolazione nella quale nascono sempre meno bambini e il ricambio generazionale si indebolisce pone questioni di lungo periodo per la programmazione sanitaria, dall’organizzazione della rete dei punti nascita e dei servizi pediatrici fino alla crescente necessità di rispondere ai bisogni di salute legati all’invecchiamento.

Allo stesso tempo, il progressivo rinvio della maternità richiama l’importanza della tutela della salute riproduttiva, dell’accesso ai servizi per la fertilità, dell’assistenza preconcezionale e di percorsi di accompagnamento alla gravidanza adeguati a un’età materna sempre più elevata.

Naturalmente, la crisi della natalità non può essere affrontata soltanto attraverso le politiche sanitarie. Le evidenze dell’Istat riportano al centro il lavoro, la casa, i servizi per l’infanzia e la possibilità concreta di conciliare la vita professionale con quella familiare.

È proprio questo il nodo: la denatalità italiana non sembra più riconducibile a una singola causa, ma al sovrapporsi di fattori economici, sociali, culturali e demografici che si rafforzano reciprocamente.

Il risultato è che l’Italia continua a perdere nascite anno dopo anno, senza che il trend mostri una vera inversione di rotta. E con il trascorrere del tempo, anche un eventuale recupero della fecondità rischia di produrre effetti limitati sul numero complessivo dei nuovi nati, perché nel frattempo si è assottigliata la popolazione delle potenziali madri.

È questa, forse, la dimensione più difficile dell’inverno demografico italiano: non soltanto il fatto che oggi si facciano pochi figli, ma che le conseguenze delle poche nascite di ieri rendano sempre più complicato tornare a farne domani.

21 ottobre 2026
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