Paulina Saliminen e Jorg Tomaszewski per l’EFPIA riflettono sui grandi cambiamenti scientifici che stanno investendo l'obesità, dal suo riconoscimento come patologia cronica, alle scoperte farmacologiche. Ora c'è bisogno che la politica concretizzi un investimento serio.
“La questione non è più se l'obesità meriti un trattamento. La questione è se i nostri sistemi sanitari siano pronti ad allineare le politiche alla scienza”. Se lo chiedono Paulina Saliminen e Jorg Tomaszewski per l’EFPIA (Federazione Europea delle Associazioni dell’Industria Farmaceutica), riflettendo su quanto c’è ancora da fare perché l’obesità ottenga riconosciuto a pieno lo status di patologia anche con azioni concrete.
Dal punto di vista teorico, infatti, il cambio di visione è già palese: l’Italia in questo è uno dei Paesi virtuosi con la prima legge che riconosce ufficialmente l’obesità come una patologia cronica, complessa e recidivante. I fattori genetici, ambientali e psicologici sono diventati parte della definizione di obesità e tanti sono stati gli studi che lo dimostrano, tra questi si cita un confronto tra gemelli e famiglie che suggerisce una percentuale tra il 45 e il 75% della “responsabilità” della variabilità dell’indice di massa corporea (BMI) proprio alla genetica; a cui si aggiungono i cambiamenti sociali che inducono la società verso il consumo di alimenti ultra-processati, la ridotta mobilità, lo stress cronico e creano grandi divari socioeconomici.
La scienza, ricordano i due esperti Efpia, ha già compiuto la sua evoluzione. Il BMI viene considerato ormai solo come strumento di screening e, in ogni caso, da integrare con la circonferenza vita e il rapporto vita-altezza, per una valutazione del rischio nel singolo.
La stessa Commissione del Lancet nel 2025 ha introdotto il concetto di obesità clinica, in opposizione a quella preclinica, ovvero ad una condizione in cui l’adiposità non ha ancora causato disfunzioni d’organo e il rischio è per la salute futura.
Anche le opzioni terapeutiche si sono evolute e, insieme alla chirurgia bariatrica e ad un corretto stile di vita, permettono ora un radicale cambiamento di vita a tanti pazienti con obesità che fino a qualche anno fa non avrebbero potuto avere una prospettiva di miglioramento simile. La stessa Federazione internazionale per la Chirurgia e altre terapie dell’obesità e dei disturbi metabolici (IFSO) ha suggerito che queste azioni vanno combinate per ottenere un massimo risultato.
Nel mentre, però, ricordano gli esperti, i sistemi sanitari fanno fatica ad adattarsi a questo cambiamento di visione e mantengono in larga parte il BMI come criterio principale per la classificazione del paziente. Lo stigma continua a circolare anche negli ambulatori e l’accesso ai trattamenti rimane limitato per via di rigide restrizioni sui rimborsi, oltre che vecchie credenze ancora diffuse anche tra gli operatori sanitari.
E la politica? La politica parla sempre di prevenzione, anche correttamente, senza però considerare che sono già milioni le persone che convivono con l’obesità, per le quali c’è bisogno adesso di una cura e di una gestione. Secondo Efpia, questo accade perché il conto economico dell’obesità è molto salato e può pesare fortemente sui sistemi sanitari; sarebbe miope però non considerare gli effettivi risparmi futuri permessi da un’azione incisiva fatta adesso.
L’Efpia chiede che ora la politica si allinei alla scienza, sostenendo un accesso equo alle terapie, percorsi di cura integrati che diano anche supporto psicologico, farmacoterapia e follow-up a lungo termine, in contemporanea sugli investimenti sulla prevenzione.