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Biodifesa. Anche la salute è una questione di sicurezza nazionale. Ma l'Occidente non è pronto

Al World Health Summit di Berlino l'appello a trattare la preparazione alle pandemie come materia di sicurezza nazionale. Mentre le spese militari crescono, i finanziamenti alla sanità crollano. Ma la vera partita è politica: chi controllerà i dati sui patogeni e la distribuzione delle cure?

30 OTT -

Mentre in Occidente i bilanci militari si gonfiano fino a toccare il record storico di 2.890 miliardi di dollari, la spesa per difenderci dalla minaccia più subdola - un agente patogeno - viene tagliata drasticamente. Al World Health Summit di Berlino, l’appello lanciato da esperti e industria farmaceutica è un richiamo che non può cadere nel vuoto per chiunque abbia a cuore la sicurezza: la preparazione alle pandemie va ripensata come "biodifesa". Non una spesa sanitaria accessoria, ma un asset strategico.

Secondo le stime presentate in Germania, servirebbero infatti 31 miliardi di dollari all’anno per garantire una sicurezza sanitaria globale. Sembrano tanti, finché non li si confronta con l'1% della spesa militare mondiale. O con il conto pagato per il Covid: 13.800 miliardi di dollari. Eppure, mentre gli eserciti si armano, gli aiuti allo sviluppo crollano. Quelli sanitari, in particolare, subiranno una sforbiciata tra il 29 e il 46% rispetto ai livelli del 2024. I numeri mettono a nudo il paradosso di una sicurezza che correttamente investe nella deterrenza militare, ma fatica ancora a riconoscere nella prevenzione sanitaria una forma altrettanto strategica di difesa.

Si tratta di una miopia politica che ignora come le minacce biologiche siano cambiate: ai rischi zoonotici, amplificati dalla distruzione degli habitat vanno ora aggiunti gli scenari legati all'intelligenza artificiale.

L'IA può accelerare la scoperta di nuovi antibiotici, ma anche rendere accessibili capacità di manipolazione biologica, aumentando il rischio di sviluppare patogeni più letali o capaci di eludere le difese immunitarie.

La tecnologia, insomma, non è una garanzia: è un moltiplicatore, tanto della cura quanto del rischio.

C'è poi la minaccia, da più parti definita silenziosa, della resistenza antimicrobica. Meno spettacolare di un'epidemia improvvisa, ma potenzialmente più letale: secondo le stime, tra il 2025 e il 2050 potrebbe causare 39 milioni di morti. Eppure, sviluppare nuovi antibiotici resta un investimento in perdita, con tempi di recupero che possono arrivare a 33 anni.

Ma la vera frattura, quella che rischia di farci trovare impreparati alla prossima emergenza, è politica. Il nuovo accordo pandemico dell'Oms, approvato nel 2025, è ancora bloccato sul sistema Pabs, il meccanismo che dovrebbe regolare l'accesso ai campioni biologici e la condivisione dei benefici. I Paesi in via di sviluppo chiedono obblighi vincolanti e trasferimenti di tecnologia, memori dei fallimenti del volontarismo durante la pandemia di Covid.

Le nazioni più ricche e l’industria temono, invece, che imporre vincoli contrattuali fin dall’inizio possa rallentare la ricerca. Dietro una controversia apparentemente tecnica si giocano questioni ben più ampie, che riguardano la distribuzione del potere, l’accesso all’innovazione e, in definitiva, l’equità.

La missione dei cento giorni, sostenuta da G7 e G20, suona come un'ancora di salvezza: vaccini, test e terapie entro poco più di tre mesi dall'identificazione di un nuovo patogeno. Per riuscirci, servono reti di sperimentazione pronte e procedure snelle.

Ma serve, soprattutto, smettere di considerare la sanità il capitolo sacrificabile delle politiche di sicurezza, anziché uno dei pilastri su cui si regge la nostra capacità di difesa

La sicurezza di una nazione non si misura solo dalle sue dotazioni militari, ma anche dalla capacità di investire in una visione globale della salute, fondata su ricerca, prevenzione e cooperazione scientifica internazionale.

Come ha ricordato a Berlino Chikwe Ihekweazu dell'Oms, "le malattie infettive non possono essere affrontate un Paese alla volta". E la sovranità, ha aggiunto, non è il contrario dell'universalità. Nessun Paese può ritenersi davvero al sicuro, se il resto del mondo non lo è.

30 ottobre 2026
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