Secondo lo Stada Health Report 2026, solo il 56% degli europei è soddisfatto del proprio sistema sanitario pubblico, mentre il 67% indica carenza di professionisti e liste d’attesa come principale criticità. In questo scenario il 55% usa già l’intelligenza artificiale per la propria salute, ma il modello richiesto dai cittadini non è “solo digitale”: medici e farmacisti restano centrali. Il 57% considera farmacisti e team di farmacia una fonte influente nelle decisioni di salute e il 39% vorrebbe farmacie abilitate al rinnovo delle prescrizioni croniche. IL RAPPORTO
La sanità europea è sempre più sotto pressione, i cittadini cercano risposte più rapide e accessibili e l’intelligenza artificiale entra ormai stabilmente nella gestione quotidiana della salute. Ma il futuro dell’assistenza, almeno secondo gli europei, non sarà una sostituzione dell’uomo con il digitale. Sarà piuttosto un modello ibrido, nel quale tecnologia, AI, strumenti di automonitoraggio e canali online dovranno affiancare, non rimpiazzare, il ruolo di medici, farmacisti e altri professionisti sanitari.
È questo il quadro che emerge dallo Stada Health Report 2026, realizzato da Human8 attraverso un questionario online tra febbraio e marzo 2026 in 20 Paesi, con campioni rappresentativi di 500-2.000 rispondenti per Paese, di età compresa tra 18 e 99 anni. L’indagine fotografa un continente in transizione, dove la fiducia nei sistemi pubblici resta fragile, l’autogestione della salute cresce e l’AI viene utilizzata sempre più spesso come supporto informativo e decisionale.
Il primo dato è quello della soddisfazione per i sistemi sanitari: solo il 56% degli europei si dice soddisfatto della sanità pubblica, in calo rispetto al 58% del 2025, mentre il 42% ritiene che il sistema non risponda alle proprie aspettative. Le differenze tra Paesi sono marcate: il livello più alto di soddisfazione si registra in Belgio, con l’86%, seguito da Uzbekistan all’82% e Svizzera al 77%; all’opposto, l’Ungheria si ferma al 27%, con una quota di insoddisfatti pari al 71%. L’Italia non è tra i Paesi citati nei dati di soddisfazione complessiva riportati in dettaglio nel documento, ma compare tra quelli in cui la riduzione delle liste d’attesa e l’aumento dei professionisti sanitari sono indicati come priorità assoluta: lo chiede il 73% degli intervistati italiani.
A pesare sono soprattutto accesso e capacità del sistema. Il 67% degli europei indica la carenza di professionisti sanitari e le lunghe attese come la principale sfida del proprio Paese. Seguono il costo crescente dell’assistenza, indicato dal 43%, e le difficoltà legate alla salute mentale, citate dal 53% come problema rilevante. Non a caso, se potessero agire “da ministro della Salute per un giorno”, il 58% degli europei sceglierebbe come prima misura la riduzione delle liste d’attesa e l’aumento del personale sanitario, mentre il 49% punterebbe a migliorare l’accesso alle cure primarie.
In questo contesto cresce l’autonomia dei cittadini. Il 78% dichiara di sentirsi in controllo nella gestione del proprio benessere, ma il dato scende al 68% tra chi vive difficoltà economiche e al 52% tra chi riferisce problemi di salute mentale. L’empowerment, sottolinea il rapporto, non è quindi solo una questione di atteggiamento individuale, ma dipende anche da risorse materiali, psicologiche e dall’accessibilità del sistema.
Questa spinta all’autogestione si traduce anche nell’uso di strumenti di monitoraggio: l’85% degli europei ne utilizza almeno uno. I più diffusi sono i misuratori di pressione, usati dal 58%, seguiti dalle app per smartphone per salute, sonno, passi o calorie, al 39%, dai fitness tracker e smartwatch al 32%, dalle bilance smart al 27% e dagli esami del sangue per autodiagnosi al 22%. Parallelamente, l’automedicazione è ormai una pratica quasi universale: il 94% tratta almeno un disturbo senza consultare un professionista, soprattutto piccoli dolori e sintomi da raffreddore o influenza, entrambi al 75%, e lievi disturbi gastrointestinali al 49%. Il 59% lo fa perché “sa già cosa funziona”, ma il 47% dichiara di ricorrere all’automedicazione per evitare lunghe attese.
È qui che il ruolo della farmacia torna centrale. Da una parte, i cittadini vogliono più autonomia e più rapidità; dall’altra, continuano a cercare un riferimento professionale. Secondo il rapporto, il 57% degli europei considera farmacisti e team di farmacia una fonte influente nelle decisioni di salute, subito dopo medici di medicina generale e altri operatori sanitari, indicati dal 77%. Il dato sui farmacisti è particolarmente stabile tra le generazioni: si passa dal 56% tra gli under 35 al 57% tra gli over 55. Questo rende la farmacia un punto di contatto trasversale, meno condizionato dall’età rispetto ad altri canali.
La fiducia, però, convive con nuove abitudini di acquisto. Per le consulenze con il farmacista, il 61% preferisce l’interazione in presenza, mentre il 18% si dice disponibile al canale online. Per l’acquisto di farmaci o integratori, le preferenze sono più divise: il 49% preferisce il punto vendita fisico, il 27% l’online e il 22% non ha preferenze. Il report segnala anche il fenomeno dello “showrooming”: il 35% degli europei ammette di aver chiesto consiglio in farmacia per poi acquistare il prodotto online, spinto soprattutto dal prezzo e dalla comodità.
La fiducia nelle farmacie esclusivamente digitali resta tuttavia condizionata. Il 62% si dice disposto a fidarsi in qualche misura di una farmacia solo online, ma il 29% non si fiderebbe affatto di una farmacia priva di presenza fisica. Tra chi si dice aperto al digitale, il 25% si fiderebbe solo per prodotti semplici o da banco, il 23% solo se la farmacia online fosse collegata a una farmacia locale autorizzata e appena il 13% dichiara piena fiducia. In altre parole, la comodità del digitale è accettata, ma deve restare agganciata a un presidio reale e riconoscibile.
Il rapporto evidenzia poi una richiesta esplicita di maggiore ruolo per i farmacisti. L’innovazione più desiderata per la farmacia del futuro è la possibilità di rinnovare le prescrizioni ripetute per patologie croniche: la chiede il 39% degli europei, con punte del 51% in Irlanda, 49% in Polonia e 48% in Portogallo e Francia. Seguono l’apertura 24 ore su 24 con consulenza del farmacista, indicata dal 34%, i consigli personalizzati sulla base della storia clinica, al 29%, l’accesso più semplice a consulenze specialistiche tramite la farmacia, sempre al 29%, e la consegna a domicilio con consulenza del farmacista, ancora al 29%. Più indietro, ma comunque rilevanti, la gestione digitale dei farmaci, al 26%, e i controlli di salute personali, al 25%.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, lo Stada Health Report mostra una penetrazione ormai significativa. Il 55% degli europei dichiara di utilizzare già l’AI in relazione alla propria salute. L’uso più comune è la comprensione delle diagnosi, al 29%, seguito dal supporto preventivo per stili di vita, alimentazione o attività fisica, al 23%, e dalla preparazione alle visite mediche, al 17%. L’adozione è molto più alta tra i giovani: il 74% degli under 35 utilizza già l’AI per gestire la salute, contro il 57% dei 35-54enni e il 38% degli over 55.
Ma l’apertura all’AI non è incondizionata. Il 58% degli europei prenderebbe in considerazione una consultazione con l’intelligenza artificiale al posto del medico, ma solo l’11% senza riserve. Il 17% accetterebbe l’AI solo se le raccomandazioni fossero riviste da professionisti sanitari, il 16% solo come seconda opinione e il 13% solo per sintomi minori. Anche sulla diagnosi il quadro è prudente: il 49% già si fiderebbe o sarebbe disposto a fidarsi di una diagnosi AI, ma solo in specifiche condizioni; appena il 4% si fida già dell’AI quanto di un medico, mentre il 41% non si fiderebbe mai allo stesso modo.
Le preoccupazioni principali riguardano gli errori e le diagnosi sbagliate: le cita il 54% degli intervistati. Il secondo timore è la sicurezza dei dati sanitari, indicata dal 41%. Non sorprende quindi che gli europei siano più disponibili a usare l’AI per compiti amministrativi e di supporto che per decisioni cliniche autonome: il 50% accetta l’AI per gestione di appuntamenti e follow-up, il 36% per il monitoraggio di patologie croniche e il 36% per la redazione di note durante le visite.
La conclusione del rapporto è chiara: il futuro dell’assistenza non sarà “digitale contro umano”, ma digitale insieme all’umano. Gli europei chiedono più accessibilità, più velocità, più strumenti di monitoraggio e più servizi online, ma continuano a voler vedere il medico e il farmacista quando le decisioni contano davvero. Per le farmacie, questo significa una trasformazione inevitabile: più servizi, più integrazione digitale, più capacità di accompagnare il cittadino tra automedicazione, prevenzione, AI e cronicità. Ma sempre mantenendo ciò che il digitale, da solo, non può garantire: fiducia, relazione e responsabilità professionale.