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Violenza sulle donne. Nel 2017 in 43.500 si sono rivolte ai centri antiviolenza. Dalla prima indagine dell’Istat molte differenze regionali
Mediamente sono 172 le donne accolte in ogni Centro (il 25,7% dei Centri ha avuto un’utenza inferiore a 40 donne, il 6,7% superiore a 500), 115 in media quante hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Ma la variabilità territoriale è elevatissima: il tasso di accoglienza è di 22,5 per 10mila le donne accolte dai Centri del Nord-Est e di 18,8 per 10mila nel Centro Italia. IL RAPPORTO
28 OTT - Sono 43.467 le donne (15,5 ogni 10mila donne) che nel 2017 si sono rivolte ai Centri antiviolenza. Di queste, 29.227(il 67,2%) ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza (10,7 ogni 10mila), il 63,7% ha figli, minorenni nel 72,8% dei casi.
Mediamente sono 172 le donne accolte in ogni Centro (il 25,7% dei Centri ha avuto un’utenza inferiore a 40 donne, il 6,7% superiore a 500), 115 in media quante hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Ma la variabilità territoriale è elevatissima: il tasso di accoglienza è di 22,5 per 10mila le donne accolte dai Centri del Nord-Est e di 18,8 per 10mila nel Centro Italia.
 
I tassi più elevati si riscontrano in Emilia Romagna, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Provincia Autonoma di Bolzano, Abruzzo, Toscana e Umbria. Anche per le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza, il Nord-est presenta tassi più elevati (16,6 contro 10,7 per 10mila donne della media nazionale). Le donne straniere costituiscono il 27% delle utenti prese in carico dai Centri ma la quota sale nella Provincia autonoma di Bolzano, in Toscana e Liguria. Quelle che hanno figli minori sono mediamente il 46,4% e le percentuali più elevate si registrano nelle Isole (54,8%) e nel Centro (51,3%) e, a livello regionale, in Campania (66%) e Sardegna (60%).
 
 
È questa la fotografia scattata dalla prima indagine sui Centri antiviolenza in Italia condotta dall’Istat in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, il Cnr e le Regioni. Sotto la lente l’attività svolta nel 2017 da 281 Centri antiviolenza (Cav) a sostegno delle donne maltrattate e dei loro figli
 
Ancora insufficiente l’offerta dei Centri antiviolenza. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul, la n. 77 del 2013, individua come obiettivo quello di avere un Centro antiviolenza ogni diecimila abitanti. Al 31 dicembre 2017 erano attivi nel nostro Paese 281 Centri antiviolenza, che rispondevano ai requisiti dell’Intesa del 2014, pari a 0,05 centri per 10mila abitanti. Quelli che hanno partecipato alla rilevazione sono 253, i restanti28 non hanno risposto all’indagine. Ci sono inoltre 106 Centri e servizi antiviolenza che non aderiscono all’Intesa Stato-Regioni.
 
Considerando invece il dato calcolato sulle vittime che hanno subito violenza fisica o sessuale negli ultimi 5 anni, l’indicatore di copertura dei Centri su 10mila vittime è pari a 1,0, con un minimo nel Lazio (0,2) e un massimo in Valle d’Aosta (2,3).
 

 
Dall’indagine emerge quindi un’Italia che marcia a differenti velocità. Differenze regionali importanti anche perché, come sottolinea l’Istat “la capacità di supportare le donne dipende molto dal radicamento sul territorio dei Centri antiviolenza: maggiore sono gli anni di apertura, maggiore è il numero di donne che vi si recano”. Tra le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza, 18.834 lo hanno iniziato proprio nel 2017, il 64,4% del totale delle donne assistite dal Centro in un percorso di uscita dalla violenza. Di queste, 9.135 (pari al 48,5%) sono state inviate dai servizi territoriali (Servizio Sociale, Forze dell’ordine, Consultori familiari, Pronto soccorso, Sert, Consulenza legale, altro Cav).
 
Le modalità per entrare in contatto con i centri sono di vario tipo: il 95,3% dei Centri mette a disposizione il numero telefonico 1522, che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking, il 97,6% dei Centri garantisce una reperibilità h24. In alternativa si può andare presso i singoli Centri, aperti mediamente 5 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno. L’89,7% dei Centri è aperto 5 o più giorni a settimana.
La linea telefonica dedicata agli operatori della rete territoriale (forze dell’ordine, pronto soccorso, assistenti sociali, operatori delle case rifugio, ecc.) è prevista nella quasi totalità dei Centri di Molise, Puglia, Lazio e nella maggior parte dei Centri di Veneto, Abruzzo, Emilia Romagna. In altre regioni, come Valle d’Aosta, Provincia autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Marche, Basilicata, non è invece prevista.
 
I servizi offerti sono molteplici, dall’accoglienza (99,6%) al supporto psicologico (94,9%), dal supporto legale (96,8%) all’accompagnamento nel percorso verso l’autonomia abitativa (58,1%) e lavorativa (79,1%) e in generale verso l’autonomia (82,6%). Meno diffusi, il servizio di sostegno alla genitorialità (62,5%), quello di supporto ai figli minori (49,8%) e quello di mediazione linguistica (48,6%).
 
L’82,2% dei Centri effettua la valutazione del rischio di recidiva della violenza sulla donna. Ma anche in questo caso a livello territoriale le differenze sono molte. Nella Provincia di Bolzano questa attività è completamente assente mentre non viene svolta dal 70% dei Centri della Calabria, dal 43% di quelli del Piemonte e dal 31% dei Centri in Campania. La valutazione del rischio viene effettuata a livello nazionale a poco più della metà delle utenti che hanno iniziato un percorso di uscita della violenza, con una percentuale che va dall’86% delle Isole al 47,1% del Nord ovest.
 
In particolare I Centri antiviolenza hanno profili organizzativi diversi sul territorio. Per erogare i servizi, il 68,5% lavora in collaborazione con le reti territoriali antiviolenza. E nei territori dove la rete è assente, i Centri hanno comunque siglato protocolli bilaterali con i soggetti che si occupano di violenza contro le donne (75,9% dei casi dove non esiste una rete).
 
Più della metà del personale dei Centri è volontario. Secondo quanto stabilito dall’Intesa Stato, Regioni e Province Autonome del 2014, i Centri si avvalgono esclusivamente di personale femminile. Sono 4.403 le donne che operano nei Centri, di queste, 1.933 sono retribuite e 2.470 impegnate esclusivamente in forma volontaria. Nel Sud la quota di volontarie è molto inferiore alla media nazionale (31,0%) mentre il contrario si verifica nel Nord-ovest e, in misura minore, al Centro.
 
Nel Nord Est coesistono, invece, realtà molto diverse: Veneto e Trentino Alto Adige hanno una presenza preponderante di personale retribuito, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna contano maggiormente sulle volontarie. In genere ogni CAV assicura la presenza di diverse figure professionali specifiche: il 76,7% ha più di tre tipologie di professioni nel suo team e il 5,5% ne ha addirittura sette. Questa molteplicità di competenze caratterizza sia i CAV più piccoli sia quelli più grandi (rispetto alla classe di numerosità di utenza).
 
Sono numerose le figure professionali di cui i Centri si avvalgono. A parte la presenza di coordinatrici o vicecoordinatrici, riscontrata quasi ovunque, nei Centri lavorano soprattutto le avvocate (il 94,1% dei Centri ne ha almeno una), le psicologhe (il 91,7% ne ha almeno una) e le operatrici di accoglienza (89,3%). La metà dei Centri si avvale inoltre della figura professionale dell’assistente sociale e dell’educatrice/pedagogista mentre le mediatrici culturali sono presenti nel 28,8% dei casi. La maggiore quota di volontarie si riscontra tra le operatrici e le avvocate.
 
La formazione è uno degli aspetti qualificanti dei Centri antiviolenza: più di nove su dieci hanno svolto una formazione obbligatoria per le operatrici sulla tematica di genere. Tra i temi specifici affrontati i più frequenti sono la Convenzione di Istanbul (81,2% dei Centri ha offerto corsi sul tema), i diritti umani delle donne (64%), l’accoglienza delle donne migranti(51,3%).
Minore invece la quota di Centri che hanno trattato l’accoglienza delle donne con disabilità nei loro corsi (15,2%).
 
Oltre a farsi carico delle donne vittime di violenza, i Centri svolgono attività di informazione e prevenzione all’esterno. Nel 2017, l’81% ha organizzato formazione all’esterno, soprattutto verso gli operatori sociali e sanitari, ma anche verso le forze dell’ordine e gli avvocati, e il 91,7% ha svolto attività d’informazione presso le scuole.
28 ottobre 2019
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