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Spesa farmaceutica. Ecco perché (nonostante i dati Ocse) in Italia si spende meno che negli altri Paesi europei
Leggendo gli ultimi dati Ocse sembrerebbe la spesa in farmaci italiana sia superiore alla media. Da una analisi più approfondita, però, emerge che il dato è raccolto in maniera difforme: basti dire che solo in alcuni Paesi (come nel caso italiano) è inclusa la spesa ospedaliera e l’IVA (in alcuni Paesi i farmaci ne sono esenti). E i conti vanno quindi rivisti. Un commento di Barbara Polistena e Daniela d’Angela del C.R.E.A. Sanità, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
24 LUG - Come riportato su QS lo scorso 8 luglio 2019, l’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), ha recentemente reso disponibili i suoi dati di confronto internazionale sulla Sanità.
 
La fonte è preziosa e ineludibile ma, come sempre succede con le statistiche internazionali va usata con la dovuta accortezza: in particolare vanno approfondite le note metodologiche che accompagnano i dati e che non sempre sono di facile reperimento e interpretazione.
 
Su alcuni confronti il giudizio ai fini delle politiche sanitarie è, al di là dei caveat “scientifici”, del tutto evidente.
 
E’ il caso della spesa sanitaria pubblica italiana pro-capite,che risulta così nettamente inferiore a quella media OECD, che i pur diversi perimetri attribuiti alla Sanità certamente non possono modificare le conclusioni: la forbice tra la spesa sanitaria pubblica italiana e quella europea si sta peraltro continuando ad allargare, come già più volte denunciato dalle analisi del Rapporto del C.R.E.A. Sanità.
 
Analogamente, la spesa sanitaria privata risulta in linea con quella della media europea (addirittura superiore analizzando il dato il parità di potere di acquisto) nonostante il sistema sanitario italiano sia di tipo universalistico e si confronti con modelli europei prevalentemente mutualistici.
 
Molto diversa è la questione della spesa farmaceutica: sembrerebbe infatti che quella italiana sia superiore a quella media europea; nello specifico i dati diffusi dall’OECD per l’Italia indicano una spesa farmaceutica pari a € 22.441,1 mln. nel 2018.
 
Da una analisi più approfondita, però, emerge come in questo caso il confronto con gli altri Paesi sia molto complesso, in quanto il dato di spesa farmaceutica è raccolto in maniera difforme nei diversi Paesi: basti dire che, ad esempio, solo in alcuni Paesi (come nel caso italiano) è inclusa la spesa ospedaliera e l’IVA (in alcuni Paesi i farmaci ne sono esenti).
 
Ci limitiamo, quindi, ad un sommario confronto dell’Italia con Francia, Germania, Spagna e Inghilterra (BIG-EU5).
 
Quel che emerge immediatamente è che la spesa farmaceutica pro-capite italiana, nel 2018, è inferiore a quella di Germania (dato nel quale, tra l’altro, non è inclusa la spesa ospedaliera), e Francia (dato nel quale non è inclusa l’IVA ma è inclusa la spesa per farmaci non rimborsabili e l’OTC).
 
È superiore a Spagna e Regno Unito, ma nel primo caso non è ricompresa la spesa ospedaliera, i farmaci non rimborsabili e l’automedicazione (in pratica sono compresi solo gli acquisti in farmacia, che per confronto in Italia pesano meno del 30% sulla spesa totale); nel secondo caso non viene considerata la spesa per automedicazione e l’IVA.
 

 
Considerando quindi che l’Italia è fra i pochi Paesi in cui l’OECD rileva buona parte della spesa, includendo la spesa ospedaliera che rappresenta una quota importante del totale della spesa farmaceutica, si può affermare che la spesa italiana è, contrariamente alle apparenze, presumibilmente e significativamente inferiore a quella media europea.
 
Considerando, inoltre, la demografia italiana, decisamente sfavorevole rispetto a quella degli altri Paesi, è ragionevole pensare che i prezzi medi in Italia siano “contenuti”, per merito della capacità negoziale di AIFA e dell’interesse a discriminare il prezzo da parte delle farmaceutiche.
 
La negoziazione di un prezzo medio inferiore è, peraltro, stata resa possibile dal sistema degli sconti (più o meno) opachi, che hanno permesso di mantenere il prezzo “ufficiale” ad un livello ritenuto accettabile dalle imprese, ottenendo un ribasso da applicarsi “ex post”: in altri termini, l’elemento vincente è stato quello di negoziare sconti applicati dopo il consumo, garantendo così le imprese dal rischio di fenomeni di commercio parallelo.
 
Anche il pay-back, derivante dallo sforamento del tetto della ospedaliera, ha questa natura, e configura un ulteriore sconto, che va a sommarsi ai precedenti.
 
Malgrado la difficoltà di giungere ad un confronto “perfetto” (e su questo vorremmo richiamare un “colpevole” apparente disinteresse delle istituzioni italiane per un confronto più stretto con gli organismi internazionali produttori di statistiche di confronto), riteniamo che l’indicazione per le politiche sanitarie non possa in definitiva che essere quella di prendere atto che l’Italia, tra tutti i grandi Paesi europei, ha probabilmente la spesa farmaceutica pro-capite più bassa, malgrado una quota maggiore di popolazione anziana.
 
Barbara Polistena e Daniela d’Angela
C.R.E.A. Sanità, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
24 luglio 2019
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