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DAT. Rodriguez: “La legge ha molti lati positivi, ma si dimentica delle professioni sanitarie”
Intervenuto all’Assemblea dell’Opi Firenze-Pistoia, Daniele Rodriguez già professore ordinario di medicina legale, responsabile del laboratorio di bioetica clinica nell’Università di Padova, scova un’importante lacuna nella nuova legge sul Testamento Biologico: “Questa legge è tarata sulla figura del medico. E questo la pone fuori dal contesto culturale attuale, che valorizza le professioni sanitarie”.
03 APR - “Si tratta di una legge che ha molti lati positivi ma che lascia aperte alcune questioni sul ruolo delle professioni sanitarie non mediche poiché questa legge è tarata sulla figura del medico. E questo la pone fuori dal contesto culturale attuale, che valorizza le professioni sanitarie, come da ultimo dimostrato anche dalla legge Gelli che fa invece costante riferimento al professionista sanitario”.
È questa l’opinione espressa da Daniele Rodriguez già professore ordinario di medicina legale, responsabile del laboratorio di bioetica clinica nell’Università di Padova, in occasione dell’Assemblea annuale di Opi Firenze-Pistoia in cui è stato approfondito l’impatto della nuova legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento. 
 
Nel corso del suo intervento, Rodriguez ha analizzato in dettaglio la nuova norma, “una legge in cui gli infermieri devono scavare e trovare uno spazio, per andare oltre il dettato normativo testuale che pensa solo al medico. Il testo riprende infatti ampiamente stralci del codice di deontologia medica, non è quindi espressione di molteplicità culturale nell’ambito sanitario”, ha ribadito. 
 
In realtà, secondo il docente di Bioetica, i parallelismi tra le legge sul Biotestamento e il codice deontologico degli infermieri non mancano. “I diritti fondamentali dell’uomo – ha commentato Rodriguez – in realtà sono già tutelati dal codice deontologico degli infermieri e sia questo che la nuova legge si focalizzano sui valori di vita, salute, libertà-autodeterminazione, dignità. Il codice deontologico degli infermieri sembra avere una marcia in più rispetto a questa legge, almeno formalmente, perché fra questi valori, riconosce espressamente la ‘salute come bene fondamentale della persona’. Il concetto è implicitamente ripreso nella legge, che di fatto tutela la salute (quale condizione di benessere individuata dal singolo) come bene fondamentale di riferimento”.
 
Anche sull’espressione del consenso informato, per Rodriguez, il codice degli infermieri è più avanti rispetto alla legge: “il codice deontologico degli infermieri non parla mai di consenso- ha affermato -, ma di assistito che fa delle scelte, vaglia delle opzioni, non si limita ad aderire (o a rifiutare di aderire) soltanto a quello che gli viene proposto. Sull’informazione, il codice infermieristico è, fra i codici, l’unico che ne enfatizza la componente relazionale e che oltre a informare sulle scelte contempla il riconoscimento di un’informazione integrata multiprofessionale”. 
 
Infine, uno strale all’articolo della legge sulle Dat, dedicato alla pianificazione condivisa delle cure. “Si tratta di una prassi che esisteva già, ed era riconosciuta nell’ultimo codice di deontologia medica (citata come pianificazione anticipata). Rispetto alle Dat, non si parla più di persona ma di paziente (cioè: persona con malattia): in questo caso, rispetto all’evolversi di una patologia invalidante o con prognosi infausta, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra paziente e medico. Una condivisione a due quindi, da cui scaturisce una decisione a cui l’intera equipe sanitaria deve attenersi. E questo – ha concluso Rodriguez - è squalificante per gli infermieri e gli altri professionisti sanitari, chiamati ad adeguarsi senza essere stati resi prima partecipi: bisogna omogeneizzare l’approccio di tutta l’equipe, tutti i professionisti devono poter partecipare alla definizione del documento”.
03 aprile 2018
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