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La salute “non è” uguale per tutti. Istruzione e residenza diventano determinanti per l’aspettativa di vita degli italiani. I nuovi dati dell’Osservatorio sulla salute della Cattolica 
In Campania gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3, mentre a Trento gli uomini arrivano a una media di 81,6 anni e le donne 86,3. E ancora: un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso ma può arrivare a 82 anni se possiede almeno una laurea. Tra 25-44 anni la prevalenza di persone con almeno una cronica grave è 5,8% tra chi ha un titolo di studio basso e 3,2% tra i laureati. I RISULTATI DELL'OSSERVATORIO.
19 FEB - L’Italia è uno dei paesi dove si vive più a lungo. Ma anche uno dove si scoprono le maggiori disuguaglianze di salute che, spesso, rendono meno universale l’universalismo del Ssn, meno uguali le cure che vanno garantite a tutti, meno omogena l’assistenza (e la sua qualità) sul territorio nazionale.
Anche se il Servizio sanitario nazionale resta comunque uno dei migliori tipi di assistenza in Europa in termini di efficacia, nonostante le risorse impegnate siano tra le più basse registrate nell’Ue: per questo è necessario attuare tutti gli sforzi necessari per preservarlo e renderlo più equo e sostenibile.

Questo il giudizio dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, progetto nato e che ha sede a Roma presso l’Università Cattolica, ideato dal professor Walter Ricciardi, che, con un focus dedicato alle disuguaglianze  di salute in Italia, offre un contributo al dibattito sui temi dell’equità della salute con alcune riflessioni e proposte.

Il focus, sottolineano gli autori dello studio non entra nel merito della gerarchia delle determinanti delle disuguaglianze, ma si limita a documentare le disuguaglianze osservate nel  Paese mettendole in relazione con i principali fattori individuali e di contesto.

Così, gli indicatori elaborati mettono in evidenza ad esempio l’esistenza di sensibili divari di salute sul territorio.

Ne sono la prova i dati del 2017 della Campania dove gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3, mentre nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini mediamente sopravvivono 81,6 anni e le donne 86,3.

In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e a 84,1 per le donne.

La dinamica della sopravvivenza, tra il 2005 e il 2016, dimostra che i divari sono persistenti, in particolare Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Lazio, Valle d’Aosta e Piemonte restano costantemente al di sotto della media nazionale.

Tra queste Regioni la Campania, la Calabria e la Sicilia peggiorano addirittura la loro posizione nel corso degli anni. Per contro, quasi tutte le regioni del Nord, insieme ad Abruzzo e Puglia, sperimentano, stabilmente, una aspettativa di vita al di sopra della media nazionale.

Anche la mortalità prematura, proposta dall’Oms nell’ambito della Sustainable development goals, denuncia forti divari territoriali. Infatti, la Campania, la Sicilia, la Sardegna, il Lazio, il Piemonte e il Friuli presentano valori elevati di mortalità prematura, con una dinamica negativa tra il 2004 e il 2013 che le vede costantemente al di sopra della media nazionale. Questo è un dato molto negativo, visto che si tratta di morti evitabili con idonee politiche di prevenzione.

Non meno gravi secondo lo studio sono i divari sociali di sopravvivenza. In Italia, un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede almeno una laurea; tra le donne il divario è minore, ma pur sempre significativo: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate.

Anche le condizioni di salute, legate alla presenza di cronicità mettono in luce differenze sociali: nella classe di età 25-44 anni la prevalenza di persone con almeno una cronica grave è pari al 5,8% tra coloro che hanno un titolo di studio basso e al 3,2% tra i laureati.

E la differenza aumenta con l’età, nella classe 45-64 anni, è il 23,2% tra le persone con la licenza elementare e l’11,5% tra i laureati.

I divari di salute sono particolarmente preoccupanti secondo l’Osservatorio, quando sono legati allo status sociale, percé i fattori economici e culturali influenzano direttamente gli stili di vita e condizionano la salute delle future generazioni.

Un esempio è l’obesità, uno dei più importanti fattori di rischio per la salute futura, che interessa il 14,5% delle persone con titolo di studio basso e solo il 6% dei più istruiti. Anche considerando il livello di reddito gli squilibri sono evidenti: l’obesità è una condizione che affligge il 12,5%  del quinto più povero della popolazione e il 9% di quello più ricco. I fattori di rischio si riflettono anche sul contesto familiare, infatti il livello di istruzione della madre rappresenta un destino per i figli, a giudicare dal fatto che il 30% di questi è in sovrappeso quando il titolo di studio della madre è basso, mentre scende al 20% per quelli con la madre laureata.

Alle disuguaglianze di salute si affiancano quelle di accesso all’assistenza sanitaria pubblica, si tratta delle rinunce, da parte dei cittadini, alle cure o prestazioni sanitarie a causa della distanza delle strutture, delle lunghe file d’attesa e dell’impossibilità di pagare il ticket per la prestazione.

Nella classe di età 45-64 anni le rinunce ad almeno una prestazione sanitaria è pari al 12% tra chi  ha completato la scuole dell’obbligo e al 7% tra i laureati.

La rinuncia per motivi economici tra le persone con livello di studio basso è pari al 69%, mentre tra i laureati tale quota si ferma al 34 per cento.

La difficoltà di accesso alle cure sanitarie è un problema particolarmente grave perché impatta molto sulla capacità di prevenire la malattia, o sulla tempestività della sua diagnosi. La stessa connotazione sociale delle persone che non accedono alle cure con quella di coloro che sono in peggiori condizioni di salute fanno capire la stretta relazione tra i due fenomeni.

Allargando l’analisi a livello internazionale poi, l’Osservatorio nota che le disuguaglianze maggiori rispetto al livello di istruzione si riscontrano per i  sistemi sanitari di tipo mutualistico, dove si osserva che la quota di persone che sono in cattive condizioni di salute è di quasi 15 punti percentuali più elevata tra coloro che hanno titoli di studio più bassi. Il nostro Paese è quello che ha il livello di disuguaglianza minore dopo la Svezia, avendo 6,6 punti percentuali di differenza tra i meno e i più istruiti.

“I dati – commenta l’Osservatorio -  testimoniano senza dubbio che la sfida futura del Ssn sarà quella di contrastare le persistenti disuguaglianze con interventi e politiche urgenti. Tra questi i più rilevanti dovranno riguardare l’allocazione del finanziamento alle Regioni, attualmente non coerente con i bisogni di salute della popolazione; l’accessibilità alle cure, ancora molto difficile per alcune fasce di popolazione, da risolvere con soluzioni mirate a mettere in rete tutte le strutture, ospedaliere e territoriali, e governare centralmente gli accessi in base all’appropriatezza degli interventi e all’urgenza degli stessi”.

Il tema delle disuguaglianze di salute, secondo l’analisi, si intreccia con quello della sostenibilità economica che resta uno dei punti al centro delle riflessioni della politica e degli addetti ai lavori.

Le soluzioni che circolano poggiano sull’ingresso dei fondi sanitari privati in grado di affiancare lo Stato per questa importante funzione.
Tuttavia, l’introduzione di fondi sanitari di natura sostitutiva, sia pure in parte, del sistema pubblico potrebbero acuire le forti disuguaglianze sociali di cui già soffre il settore.

Infatti, molte sono le incognite che stanno dietro questo tipo di strumenti, sia legate ai premi elevati per i cittadini più a rischio, sia a fenomeni di selezione avversa, cioè esclusione dalla copertura assicurativa di alcune tipologie di persone, quali anziani e malati gravi.
Non meno rilevanti secondo l’Osservatorio sono i rischi di un’assistenza sanitaria di qualità differenziata a seconda dei premi assicurativi che le persone sono in grado di pagare.

La conclusione a cui giunge l’Osservatorio è che il quadro presentato, più che un reale problema di sostenibilità economica, rappresenta un elemento di preoccupazione per la sostenibilità politica del Servizio sanitario nazionale, perché i divari sociali che lo caratterizzano potrebbero far vacillare il principio di solidarietà che ispira il nostro welfare, contrapponendo gli interesse delle fasce di popolazione insofferenti per la crescente pressione fiscale, a quelli delle fasce sociali più deboli che sperimentano peggiori condizioni di salute e difficoltà di accesso alle cure pubbliche.

Per questo, secondo l’analisi, “sarebbe auspicabile rivedere i criteri di esenzione dalla compartecipazione alla spesa sanitaria e di accesso alle cure e intensificare gli sforzi per combattere l’elevata evasione fiscale che attanaglia il nostro Paese e mina la sostenibilità dell’intero sistema di welfare state”.

 
 
 
 

 
 
 
19 febbraio 2018
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