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Rapporto Assobiotec ed Enea. Settore in crescita, ma per una ripartenza sostenibile servono investimenti e meno burocrazia
Tra il 2014 e il 2020 si registra un +25% di investimenti in Ricerca&Sviluppo biotech. Palmisano: “Le biotecnologie hanno mostrato la capacità di contribuire all’emergenza Covid, ma ora per poter competere a livello internazionale ha bisogno di urgenti interventi a livello di sistema Paese”. IL RAPPORTO
13 MAG - Quasi 700 imprese, più di 13mla addetti e oltre 12 miliardi di fatturato con una crescita del 25% degli investimenti in R&S biotech tra il 2014 e il 2020. Forte concentrazione delle attività in Lombardia, ma anche il Mezzogiorno non è da meno e vede crescere significativamente il numero di imprese: +5 punti percentuali dal 2008.

È questa la fotografia scattata dal nuovo Rapporto Assobiotec ed Enea su “Le imprese di biotecnologia in Italia. Facts&Figures” che mostra un settore in crescita, con una popolazione di imprese che si è andata consolidando in termini numerici, a forte intensità di ricerca e sviluppo, ma che ha bisogno di rafforzarsi sotto il profilo dimensionale per migliorare la propria competitività a livello internazionale.
 
Un settore che in questi primi mesi del 2020 è stato in prima linea nell’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Sars-Cov2. A testimoniare il ruolo che il biotech sta giocando nella battaglia globale contro la pandemia e che tipo di impatto ha avuto la diffusione del virus Sars-CoV-2 sul comparto biotech nazionale è stato un sondaggio “Biotech vs Covid19” lanciato nel mese di aprile Assobiotec

I risultati mostrano infatti un importante coinvolgimento delle imprese presenti sul nostro territorio nella ricerca e nella produzione di soluzioni contro il virus (57% del campione) con particolare riferimento all’area della diagnostica (44%) e della ricerca di terapeutici (34%). Solo il 7% dichiara invece di essere impegnato nella ricerca di un vaccino.
 
Significativo è anche l’effetto che la pandemia e il lockdown stanno avendo sul comparto, evidenzia una nota di Assobiotec: “Sebbene il 60% del campione indichi di continuare a portare avanti il proprio business, anche se in modalità differente, il 40% si è vista costretta a ridimensionare (29%) o bloccare (11%) la propria attività. A soffrire in particolare le realtà a capitale italiano che nel 13% dei casi hanno dovuto bloccare totalmente le attività in corso, mentre le imprese con headquarter estero sono riuscite tutte a proseguire le attività (dato imputabile al fatto che queste realtà svolgono in prevalenza attività più vicine al mercato e sono dunque meno esposte ad attività ad alto rischio di R&S)”.
Tante e differenti le difficoltà operative incontrate fra carenza di clienti (32%), logistica (29%) e crisi di liquidità (25%). Carenza di budget (36%), inaccessibilità dei laboratori e sospensione delle attività di arruolamento di pazienti negli studi clinici (21%), mancanza di materiali (19%) sono invece i principali fattori alla base di un rallentamento generale delle attività di R&S.
E alla domanda “Superata l'emergenza, se dovesse indicare 2 priorità sulle quali le Istituzioni dovrebbero lavorare per permettere alla sua impresa di svilupparsi e di affrontare meglio sfide future come questa?” Quasi la metà delle imprese italiane ha risposto che è urgente individuare un piano di lungo periodo per la Ricerca e l'Innovazione (42%) così come allocare più investimenti in R&S (41%), mentre le imprese a capitale estero chiedono minore burocrazia (28%) e l'individuazione di un pacchetto di sgravi fiscali (14%).
“Fra emergenza coronavirus e ricerca di soluzioni per una nuova ripartenza sostenibile – ha dichiarato Riccardo Palmisano Presidente Assobiotec Federchimica – le biotecnologie stanno mostrando negli ultimi mesi in maniera sempre più chiara il determinante contributo che sono in grado di offrire a livello globale per rispondere a queste urgenze il settore in Italia c’è ed è ricco di eccellenze, ma per poter competere a livello internazionale ha bisogno di urgenti interventi a livello di sistema Paese”.
 
L’esperienza che stiamo vivendo, prosegue Palmisano “ci ha insegnato, in modo chiaro, alcune cose: in primis che gli investimenti in ricerca e innovazione sono fondamentali: essere fermi all’1,3% del PIL rispetto al 3% individuato dal piano Horizon 2020 non è un risparmio, ma significa perdere opportunità di crescita per il Paese. Poi che la collaborazione pubblico-privato funziona: questa crisi ce lo sta ricordando ogni giorno, non perdiamo l’occasione per rendere questo modello permanente. Ancora, che lentezze burocratiche, regole farraginose e frammentazione sono i nemici numero uno della velocità d’azione che nei settori ad alta tecnologia globalizzati come il biotech rappresenta un elemento vitale. Se vogliamo che il biotech diventi una catapulta per la ripartenza dobbiamo rendere il nostro Paese attrattivo per gli investimenti. Infine, ci ha insegnato quanto sia importante per un Paese industrializzato come il nostro disporre, oltre che della conoscenza, anche di strutture ed infrastrutture strategiche e quanto oggi si debba agire per favorirne l’attrazione e la nascita. Mi piacerebbe che da questi punti si potesse ripartire, tutti insieme, per lo sviluppo del settore, per la crescita dell’economia e dell’occupazione del Paese.”
 
Il settore ha anche mostrato le proprie potenzialità nella ripartenza sostenibile del Paese. Infatti, motore chiave della bioeconomia, le biotecnologie applicate all’agricoltura offrono una risposta concreta per gestire la ridotta disponibilità di suolo, di acqua, per preservare la biodiversità, per rendere le produzioni resistenti ai cambiamenti climatici. Così come bioprodotti e bioprocessi sono grandi opportunità per il futuro del pianeta perché hanno un impatto ambientale molto basso e rappresentano una strada concreta verso la decarbonizzazione dell’economia e la riduzione della dipendenza dalle fonti fossili.
I numeri del biotech in Italia. Il nuovo rapporto su “Le imprese di biotecnologie in Italia”, realizzato grazie all’ormai consolidata collaborazione tra Assobiotec ed Enea, fotografa infatti un settore industriale che registra un incremento di tutti i principali indicatori economici e con un numero di imprese che si attesta stabilmente attorno alle 700 unità.
A fine 2019 il fatturato biotech totale supera i 12 miliardi di euro con un incremento medio annuo tra il 2014 e il 2018 di circa il 5%. Due terzi del fatturato biotech è generato dalle imprese a capitale estero, che rappresentano appena l’11% delle imprese censite, e sono attive soprattutto nell’area della salute umana.
Sono oltre 13 mila gli addetti biotech in Italia, di cui il 34% impiegato in attività di R&S. Gli investimenti complessivi in R&S delle imprese censite ammontano a 2,3 miliardi di euro mentre gli investimenti in R&S biotech superano i 760 milioni. Questi ultimi registrano una crescita di oltre il 7% rispetto al 2016 e del 25% rispetto al 2014.
L’80% dell’industria delle biotecnologie in Italia è costituito da imprese di piccola e micro dimensione, che hanno avuto un ruolo propulsivo nella dinamica di crescita dell’intero comparto. Fra il 2017 e il 2019 sono state registrate oltre 50 nuove start-up innovative attive nelle biotecnologie.
Il 49% delle imprese biotech ha come settore di applicazione prevalente quello legato alla salute, che storicamente si connota come il settore che per primo ha dato impulso allo sviluppo delle tecnologie biotech. Il 39% delle imprese biotech produce e/o sviluppa prodotti e servizi sia di carattere industriale o volti alla prevenzione e mitigazione dell'impatto ambientale (30%), sia per applicazioni agricole e zootecniche (9%), rappresentando una delle principali leve innovative per i settori della bioeconomia. L’area delle applicazioni in Genomica, Proteomica e Tecnologie Abilitanti - GPTA risulta presente nel 12% delle realtà censite.
Le attività biotecnologiche si confermano fortemente concentrate in Lombardia, la prima regione in Italia per numero di imprese (195 pari al 28% del totale), investimenti in R&S intra-muros (30% del totale) e fatturato biotech (45% del totale). Si registra, tuttavia, un progressivo sviluppo delle regioni del Nord-Est e una crescente diffusione di nuove iniziative nelle regioni del Centro (con il Lazio in testa) e del Sud. Particolarmente significativa è stata la crescita della quota del Mezzogiorno, anche se solo in termini di numero di imprese: la quota di imprese biotech con sede nel Mezzogiorno è passata dal 14,4% nel 2008 al 19,4% nel 2019. È la Campania a guidare questo sviluppo.
“Dal Rapporto sulle biotecnologie – ha affermato il Presidente Enea Federico Testa – emerge con forza come la ricerca e l’innovazione possano dare un contributo di rilievo allo sviluppo di settori strategici, in una prospettiva di sostenibilità economica e ambientale e di collaborazione pubblico-privato. Per sfruttare al meglio le potenzialità del nostro sistema innovativo, infatti, è necessario sviluppare nuove modalità di collaborazione fra ricerca pubblica, imprese e finanziatori, in primo luogo i fondi di venture capital, al fine di massimizzare le opportunità di scambio tecnologico in un approccio di open innovation, per potenziare l’azione di sistema fra i vari attori coinvolti. Su questa traiettoria si posiziona ormai da alcuni anni Enea con strumenti ad hoc per rafforzare la collaborazione con le imprese, attraverso programmi come il Knowledge Exchange a supporto del sistema industriale, il fondo interno da 2,5 milioni di euro per il proof of concept, la formazione di ricercatori esperti in trasferimento tecnologico, solo per fare alcuni esempi. E su questa intendiamo proseguire, ampliando servizi e strumenti disponibili, anche nella prospettiva di contribuire alla ripartenza post emergenza Covid-19”.

Area salute. Il Report 2020 conferma il primato, già riscontrato nelle precedenti rilevazioni, delle imprese che operano nel settore delle biotecnologie applicate alla salute, che sono 344, rappresentando circa la metà delle imprese biotech italiane (49%).
Il comparto salute genera una quota preponderante del fatturato, corrispondente a oltre 9 miliardi (75% del totale), determina la maggior parte degli investimenti complessivi in R&S (91%) ed occupa oltre il 75% degli addetti alla R&S biotech in Italia.
Le imprese dedicate alla R&S biotech, ovvero che impegnano il 75% o più dei propri costi di ricerca intra-muros in attività biotech, sono 208, di cui il 92% è a capitale italiano: un dato che evidenzia come le biotecnologie abbiano aperto importanti opportunità, soprattutto nella fase della ricerca early-stage, all’interno della filiera farmaceutica.
Il biotech italiano investe fortemente su quelle patologie che non trovano ancora risposte terapeutiche adeguate. L’interesse della ricerca biotech nazionale è fortemente orientato alla messa a punto di soluzioni terapeutiche per l’oncologia. Il 2019 ha visto un grande sviluppo di prodotti in sperimentazione e sviluppo anche nell’area delle malattie infettive.
Di rilievo anche l’attenzione per i prodotti diagnostici: nel complesso delle imprese biotech italiane, ben 199 sviluppano prodotti e servizi diagnostici per la salute umana.



 
13 maggio 2020
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