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Cardiochirurgia. Meno trasfusioni di sangue con “cocktail” ad hoc
Una combinazione di ferro, eritropoietina, vitamina B12 e acido folico, somministrato al paziente cardiochirurgico anche il giorno prima dell’intervento, è in grado di ridurre il numero di trasfusioni di sangue. Il dato emerge da uno studio svizzero pubblicato da The Lancet
14 MAG - (Reuters Health) – È stato messo a punto un trattamento che sembra ridurre significativamente – anche se somministrato il giorno prima dell’intervento cardiochirurgico – il bisogno di trasfusioni di globuli rossi nei pazienti che presentano anemia o carenza di ferro. Esso consiste in una combinazione di ferro, eritropoietina, vitamina B12 e acido folico. Lo studio clinico è stato pubblicato dalla rivista The Lancet.

Lo studio
I ricercatori – guidati da Donat R. Spahn dell’Università di Zurigo – hanno coinvolto nello studio 253 pazienti affetti da anemia (con una concentrazione di emoglobina inferiore a 120 g /L nelle donne a 130 g / L negli uomini) e 252 pazienti con insufficienza di ferro isolata (con un livello di ferritina inferiore a 100 ug /L, che non presentano anemia).

Il giorno prima dell’intervento i pazienti hanno ricevuto o il placebo o un trattamento che consiste in una combinazione di un’infusione lenta di 20 mg / kg di carbossimaltosio ferrico, 40.000 U di eritropoietina alfa somministrata per via sottocutanea,1 mg di vitamina B12 somministrata per via sottocutanea e 5 mg di acido folico per via orale.

Durante i primi sette giorni successivi all’intervento, i pazienti placebo avevano bisogno di circa un’unità di globuli rossi, contrariamente ai pazienti trattati.

I pazienti trattati richiedevano un numero significativamente inferiore di trasfusioni allogeniche fino a 90 giorni dopo l’intervento e presentavano maggiori concentrazioni di emoglobina, una maggiore conta dei reticolociti e un più alto contenuto di emoglobina reticolocitaria nei sette giorni successivi al trattamento.

Eventi avversi gravi sono stati riportati dal 30% dei soggetti del gruppo di trattamento e dal 33% del gruppo placebo.

Un trattamento efficace anche se somministrato 1 giorno prima dell’intervento
In realtà, in molti pazienti la carenza di ferro o l’anemia non sono né valutati né trattati, poichè i medici ritengono che il trattamento dovrebbe iniziare settimane prima dell’intervento chirurgico, spiega il dottor Spahn. “È una sfida logistica controllare emoglobina e lo stato del ferro di tutti i pazienti il più presto possibile prima della procedura, a quel punto il paziente potrebbe non essere ancora in ospedale. L’interesse del nostro approccio è proprio questo: il paziente può essere trattato uno o due giorni prima dell’intervento chirurgico. In quel momento molti pazienti che necessitano di un intervento chirurgico cardiaco relativamente urgente sono già ospedalizzati, quindi il trattamento non è difficile. Un trattamento più precoce è ovviamente preferibile, perché permette di aumentare realmente il livello di emoglobina fino ad arrivare a livelli normali prima dell’operazione”.

Fonte: Lancet 2019

Anne Harding

(Versione italiana per Quotidiano Sanità/Popular Science)
14 maggio 2019
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