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16 GIUGNO 2019
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Alzheimer. Individuate rare varianti genetiche associate alla malattia
Uno studio genetico condotto dalla Bostin University School of Medicine ha individuato 24 varianti in pazientio con Alzheimer. Questa scoperta portare allo sviluppo di biomarkers, test predittivi e nuovi approcci terapeutici correlati al meccanismo d'azione dei geni inviduati
15 APR - (Reuters Health) – Un ampio studio genetico ha consentito di individuare due rare varianti genetiche che avrebbero un ruolo nella demenza, associate anche alla malattia di Alzheimer. La ricerca, coordinata da Lindsay Farrer della Boston University School of Medicine (USA), è stata pubblicata su JAMA Network Open.
 
Lo studio. 
Farrer e colleghi hanno analizzato i dati sul sequenziamento di tutti gli esoni di 5.617 persone con discendenza europea e malate di Alzheimer, confrontando i dati con 4.594 controlli. In tutto, i ricercatori americani hanno individuato 24 varianti con un impatto a livello funzionale moderato o elevato da 19 geni su dieci o più partecipanti con Alzheimer. Queste varianti non sono state riscontrate nei controlli.

Per esempio, il team ha visto che le mutazioni in uno dei geni, il NOTCH3, era già stato in precedenza implicato in una forma molto rara di demenza caratterizzata da forti mal di testa e ictus all’inizio dell’età adulta e seguita da demenza di origine vascolare intorno ai 40-55 anni, molto prima che si verifichi l’Alzheimer tipico.

E i ricercatori hanno trovato anche quattro portatori di una mutazione ad alto impatto a livello di TREM2, precedentemente implicata in un altri tipo molto raro di demenza, nota come malattia di Nasu-Hakola, che ha anche esordio precoce ed è accompagnata da cisti ossee multifocali che portano spesso a fratture, in particolare a mani e piedi. “Tuttavia – ha spiegato Farrer – quest’ultima forma di demenza si verifica quando c’è la doppia mutazione, mentre nei casi con Alzheimer è stata identificata una singola mutazione”.

I risultati di questo studio “possono portare allo sviluppo di biomarkers, test predittivi e nuovi approcci terapeutici correlati al meccanismo d’azione dei geni individuati”, ha concluso l’esperto.

Secondo Lon Schneider, dell’Alzheimer’s Disease Research Center dell’University of Southern California di Davis “questa ricerca fornisce ulteriori esempi dell’eterogeneità del deterioramento cognitivo tardivo e della malattia d’Alzheimer”. “Ci sono molteplici determinanti genetiche, ambientali e biologici e non solo una malattia di Alzheimer”, ha sottolineato l’esperto, che non era coinvolto nello studio.

Fonte: JAMA Network Open

 
David Douglas
 

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) 
15 aprile 2019
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