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Memoria. Per quella a lungo termine c’è la stimolazione transcranica a corrente alternata
La stimolazione transcranica a corrente alternata, impiegata anche nella cura della depressione grave, si è dimostrata utile nel consolidare la memoria a lungo termine in una ricerca condotta negli USA su 16 volontari sani
03 AGO - una ricerca condotta da un team di scienziati guidato da Praveen Pilly, dei HRL Laboratories di Malibu, in California. I risultati dello studio sono stati pubblicati dal Journal of Neuroscience.

Lo studio. 
Le esperienze vissute di recente vengono riattivate nel sonno ad onde lente e questa riattivazione consentirebbe l’integrazione di queste esperienze nella memoria a lungo termine. E la tACS migliorerebbe questo processo di consolidamento delle esperienze nel sonno. Per dimostrarlo, i ricercatori americani hanno usato un nuovo protocollo tACS a circuito chiuso per indirizzare le oscillazioni dell’onda lenta endogena durante il sonno e hanno studiato se l’aumento di queste oscillazioni influenzava le prestazioni della memoria durante la notte su 16 volontari sani.

Le evidenze. 
Dai risultati è emerso che la stimolazione transcranica con corrente diretta (tDCS) non ha avuto alcun effetto sulle prestazioni, mentre il consolidamento della memoria a lungo termine è migliorato dopo tACS a circuito chiuso e questo miglioramento sarebbe correlato con gli aumenti e le successive diminuzioni della potenza di oscillazione endogena a onde lente e della potenza di spindle. Infine, quanto più a lungo è stato mantenuto l’aumento di potenza indotto dalla stimolazione, tanto maggiore si è rivelato il miglioramento delle prestazioni della memoria dopo il sonno.

“Misurando i campi elettrici sul cuoio capelluto, siamo in grado di rilevare cambiamenti nello stato cerebrale sottostante che indicano quando le esperienze negative recenti vengono riattivate durante il sonno”, osserva Pilly. “Possiamo migliorare questo processo prolungando questo stato con la stimolazione elettrica, che si traduce in una migliore integrazione delle esperienze recenti nella memoria più solida. I nostri risultati forniscono evidenze sul ruolo delle oscillazioni ad onde lente durante gli stadi 2 e 3 del sonno non REM. Il metodo potrebbe essere utile ai pazienti che soffrono di deficit di sonno e che mostrano disturbi concomitanti nell’apprendimento e nella memoria”.

Fonte: Journal of Neuroscience

 
Will Boggs
 

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)
03 agosto 2018
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