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Cancro mammella. Dagli Usa una immunoterapia sperimentale ha guarito una donna con un tumore metastatico intrattabile
I linfociti di Judy, una donna americana di 47 anni, considerata refrattaria a tutti i trattamenti tradizionali, hanno sconfitto il suo tumore e le sue metastasi. Judy vive da 22 mesi senza traccia del tumore che la stava uccidendo, grazie ad una nuova forma sperimentale di immunoterapia che utilizza i linfociti infiltranti il tumore, in grado di riconoscere e quindi di attaccare le mutazioni tipiche del tumore. I risultati preliminari di questo studio di fase 2, condotto dal National Cancer Institute americano, sono pubblicati su Nature Medicine.
06 GIU - L’immunoterapia continua a fare notizia. Questa volta a rimbalzare sui media di tutto il mondo è uno studio pubblicato su Nature Medicine. E a rendere ancora più meritevole di attenzione questa ricerca è che è stata effettuato sotto l’egida del National Cancer Institute, parte dei National Institutes of Health americani. Detto ciò, è bene sottolineare che si tratta di risultati ottenuti su un’unica paziente, che quindi vanno presi con tutte le cautele del caso.
 
Ma veniamo allo studio. La notizia è che un nuovo approccio di tipo immunoterapico ha portato a regressione completa un tumore della mammella in fase metastatica, ormai refrattario a qualsiasi terapia; in pratica questo approccio sperimentale ha restituito alla vita ad una donna di 47 anni, per la quale i medici avevano decretato lo stato di off-therapy.
 
Il rivoluzionario tentativo di trattamento è stato portato avanti da Steven A. Rosenberg, divisione di chirurgia del Center for Cancer Research del NCI.
 
Linfociti infiltranti il tumore a caccia di mutazioni
“Abbiamo sviluppato un metodo ad alto rendimento – spiega Resenberg - per individuare le mutazioni tumorali, che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. Essendo questo nuovo approccio terapeutico basato sulla presenza di mutazioni tumorali, indipendentemente dal tipo di tumore, riteniamo che possa funzionare non solo sui tumori della mammella, ma anche su altri tumori”.
 
La strategia terapeutica sperimentale si basa sul trasferimento adottivo di cellule T (Adoptive Cell Transfer, ACT), trattamento già utilizzato con successo nel melanoma, un tumore che presenta un gran numero di mutazioni somatiche (acquisite); finora invece non aveva invece dato grandi risultati in una serie di altri tumori (tra i quali stomaco, esofago, ovaio e mammella) che hanno un basso livello di mutazioni.
 
In questo trial di fase 2, attualmente in corso, i ricercatori americani hanno sviluppato un tipo di ACT che sfrutta l’azione dei linfociti infiltranti il tumore (TIL) per colpire in maniera selettiva le mutazioni presenti nelle cellule tumorali. L’ipotesi è che questo possa portare a ridurre le dimensioni del tumore in queste forme epiteliali.
 
Come si fabbricano i linfociti infiltranti il tumore
La tecnica di ‘produzione’ dei TIL consiste nel prelevare il sangue del paziente, isolare i linfociti in grado di riconoscere le mutazioni tumorali, facendoli replicare miliardi di volte, fino ad ottenerne un grande numero, fuori dal corpo del paziente. Successivamente i TIL vengono reinfusi nel paziente, il quale nel frattempo è stato sottoposto ad un trattamento di deplezione dei linfociti rimanenti, per poter ottenere una reazione immunitaria più robusta contro il tumore. I soggetti nei  quali si sta testando questa strategia vengono trattati anche con pembrolizumab per mettere al riparo le cellule re-infuse dal rischio di inattivazione.
 
L’esperimento su Judy Perkins
Questo trattamento è stato sperimentato su Judy Perkins, una donna di Port St. Lucie (Florida), affetta da un tumore della mammella metastatico, ormai refrattario a qualsiasi altro trattamento. I ricercatori del NCI sono andati a sequenziare il DNA e l’RNA del tessuto tumorale e del tessuto normale di Judy, per scoprire quali mutazioni fossero presenti solo nel tumore; in questo modo sono riusciti a individuare 62 diverse mutazioni nelle cellule tumorali della paziente. A questo punto i ricercatori sono andati a testare varie TIL isolate dalla paziente per selezionare quelle in grado di riconoscere una o più proteine mutate. Così sono stati isolati dei TIL in grado di riconoscere la versione mutata di 4 proteine (SLC3A2, KIAA0368, CADPS2 e CTSB); sono questi i TIL sottoposti ad espansione e quindi reinfusi in Judy, alla quale è stato somministrato il pembrolizumab per evitare la possibile inattivazione dei TIL da parte del microambiente tumorale.
Sono passati 22 mesi da allora e il tumore non è ricomparso.
 
Il futuro di questo nuovo approccio terapeutico
“E’ l’ennesima prova del potere dell’immunoterapia – commenta Tom Misteli, direttore del CCR presso il NCI – e se questi dati venissero confermati su più pazienti, significherebbe che la terapia basata sui linfociti T potrebbe essere utilizzata in un ampio spettro di tumori”.
Nello stesso trial, risultati simili sono stati osservati in pazienti con altri tumori epiteliali (es. cancro del colon retto, colangiocarcinomi, carcinomi della cervice) e si tratta di risultati molto importanti perché finora i tentativi di ACT in queste forme tumorali non avevano avuto successo.
La forza di questa nuova strategia è di non essere tumore-specifica. Questa forma di immunoterapia attacca infatti solo le mutazioni, le stesse che sono il driver del cancro e che vengono trasformate da questa terapia nel suo tallone d’Achille.
 
La comunità scientifica sta seguendo dunque con grande interesse gli studi su questo nuovo approccio. Che certamente al momento non rappresenta la panacea di tutti i cancri, anche perché richiede tempo e tante risorse.
Ma i National Institutes of Health hanno deciso di scommettere su questa strategia. Qualche mese fa, rivela il Wall Street Journal, gli NIH hanno fatto un accordo milionario (si parla di 215 milioni di dollari) con 11 aziende farmaceutiche per concentrare grandi sforzi sull’immunoterapia.
 
Maria Rita Montebelli
06 giugno 2018
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