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Arteria femorale. Stent pari a chirurgia, ma con minore mortalità post-operatoria
Il posizionamento di uno stent di acciaio inossidabile è una pratica efficace quanto la chirurgia invasiva nel trattamento della stenosi dell’arteria femorale comune. È questa la maggiore evidenza dello studio clinico francese TECCO, coordinato da Yann Goueffic, del CHU Nantes, e pubblicato da JACC Cardiovascular Intervention.
11 LUG - (Reuters Health) – La chirurgia ‘aperta’ è ancora considerata il trattamento standard per le placche aterosclerotiche dell’arteria femorale, mentre l’angioplastica, con balloon o con stent bioassorbibili, non si sarebbe dimostrata così efficace. Studi recenti hanno invece dimostrato che moderni stent di acciaio inossidabile potrebbero essere invece promettenti.

Lo studio
Goueffic e colleghi hanno messo a confronto la chirurgia aperta rispetto all’impianto dello stent di acciaio su 117 pazienti con lesioni aterosclerotiche a livello dell’arteria femorale, mai trattati prima. Dai risultati è emerso che il successo dell’operazione è stato del 100% nel gruppo che si era sottoposto a chirurgia aperta e del 94,6% nel gruppo trattato per via endovascolare. Tre pazienti di quest’ultimo gruppo, inoltre, avrebbero avuto bisogno di passare all’intervento più invasivo nel corso della procedura mininvasiva.

Le complicanze post-operatorie e la mortalità a 30 giorni erano però significativamente inferiori con lo stent, pari al 12,5% contro il 26% riscontrate nel gruppo dei pazienti trattati con chirurgia aperta. Inoltre, le complicanze locali, come la guarigione ritardata della ferita, che contribuivano a un prolungamento del ricovero, erano più frequenti dopo l’intervento ‘aperto’ rispetto al posizionamento dello stent e portavano, rispettivamente, a 6,3 giorni rispetto a 3,2 di ricovero. A due anni dall’intervento, poi, il tasso di miglioramento clinico si è attestato al 76,1% dopo l’intervento chirurgico aperto e al 74,8% dopo il posizionamento dello stent. Mentre i due gruppi di pazienti non differivano in termini di sopravvivenza, rivascolarizzazione delle lesioni trattate, rivascolarizzazione dell’estremità interessata e pervietà primaria.

I commenti
“È chiaro che lo stent dovrebbe essere il trattamento di prima linea per la stenosi dell’arteria femorale”, commenta Goueffic. “La chirurgia aperta dovrebbe essere riservata solo ai casi in cui fallisce l’intervento endovascolare”. In un editoriale che accompagnava l’articolo, Douglas Drachman, del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School di Boston, ed Ehrin Armstrong, dell’Università del Colorando di Denver, hanno scritto che “alla luce dei risultati del trial TECCO, l’utilizzo della tecnica endoscopica miniinvasiva – già ampiamente diffusa per il trattamento delle ostruzioni dei vasi delle gambe – dovrebbe essere estesa anche alla terapia di prima scelta della stenosi dell’arteria femorale”. Anche se, avvertono, “sono necessari ulteriori dati a lungo termine per garantire che il posizionamento dello stent non limiti poi eventuali opzioni chirurgiche future qualora lo stent non dovesse funzionare o nel caso in cui serva l’innesto di un bypass”.

Fonte: JACC Cardiovascular Interventions

Will Boggs

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)
11 luglio 2017
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