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Covid. “Le farmacie rappresentano un esempio di quella sanità di prossimità a cui dobbiamo tendere sempre di più”. Intervista a Raffaele Donini, assessore Salute dell’Emilia Romagna
Nelle prime settimane di lockdown l'Emilia Romagna si trovava a combattere la battaglia più difficile, seconda per numero i contagi e ricoveri, subito dopo la Lombardia. Eppure a fine aprile i contagi si erano già quasi dimezzati, mentre cresceva il trend in altre Regioni. Un risultato raggiunto con la messa in campo di una serie di misure innovative. E tra queste anche il progetto di screening sierologico per il covid nelle farmacie, “un esempio di quella sanità di prossimità a cui dobbiamo tendere sempre di più”
07 OTT - Con oltre 36 mila casi e 4.490 morti (dati al 6 ottobre), l’Emilia Romagna è una delle Regioni ad avere pagato il prezzo più alto a causa dell’epidemia da coronavirus. Seconda, per numero di decessi, solo alla Lombardia (16.973). Eppure, l’Emilia Romagna è stata anche una delle Regioni che ha dimostrato di saper meglio gestire il covid, riuscendo fin dalle prime settimane di lockdown a impedire l'impennata dei contagi anzi, arrivando a dimezzarli in poco più di un mese (da circa 400 al giorno a metà marzo fino a circa 200 a fine aprile) ed evitando il drammatico destino toccato invece alla confinante Lombardia.

Proprio alla Lombardia sarebbe stata peraltro legata la prima l’ondata epidemica che ha colpito il piacentino. “Il focolaio lodigiano ha investito Piacenza data l’alta mobilità lavorativa tra le due province. Per questo motivo il virus è dilagato sul nostro territorio, a cominciare proprio da Piacenza, che ha pagato un tributo terribile al virus, con oltre 900 decessi e più di 5mila contagi”, spiega l’assessore alla Salute dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini,che il covid l’ha vissuto anche sulla propria pelle, scoprendo di essere positivo nei primi giorni di marzo, e che in questa intervista ci racconta come l’Emilia Romagna è riuscita a tenere a bada la pandemia e quali misure ha anche recentemente messo in campo per proseguire la lotta al virus.

Assessore, ad inizio marzo risultò positivo al virus. L’epidemia stava avanzando a una velocità terrificante ed era impossibile prevede cosa sarebbe accaduto. Cosa ricorda in particolare della sua malattia e quanto la sua esperienza personale di paziente covid ha influito sulla percezione di ciò che era necessario fare per arginare i contagi e assistere i pazienti?
Ricordo come fosse oggi il momento in cui mi è stata diagnosticata la positività. La nuova giunta Bonaccini si era appena insediata e l’emergenza Covid era sul tavolo come assoluta priorità. Le notizie che fino a quel momento avevamo letto sui giornali, sul web e ascoltato in tv, improvvisamente, e con una rapidità impressionante, erano diventate il nostro problema più urgente. Anzi, IL problema. E c’era una sola cosa da fare: organizzarci per risolverlo, consapevoli che per tutti era una assoluta novità, ma con la certezza di partire da un sistema sanitario eccellente, che - alla prova dei fatti - alla fine avrebbe fatto la differenza rispetto ad esiti peggiori di quanto lo siano stati.

Il dolore per la perdita di tanti concittadini è profondo e lo porterò sempre con me. Abbiamo perso parenti, amici, soprattutto i nostri nonni, una parte della nostra memoria e di affetti, e in particolare per loro dobbiamo fare tesoro di quanto successo.

Il periodo di quarantena a cui la positività mi ha obbligato è stata una cura d’urto che mi ha aiutato ad imparare in fretta, su me stesso, quali erano i bisogni primari dei pazienti. Essere stato, tra l’altro, il primo guarito in Emilia-Romagna, mi ha consegnato la responsabilità di adoperarmi in tutti i modi affinché tanti altri potessero avere le cure necessarie alla loro guarigione.

Grazie all’impegno, la dedizione e la competenza del nostro personale sociosanitario, della protezione civile, del volontariato, delle istituzioni e di tutto il mondo delle rappresentanze datoriali e sindacali, possiamo dire di aver reagito facendo tutto ciò che era nelle nostre possibilità, cercando ogni giorno di migliorarci.

L’Emilia-Romagna è stata la seconda Regione più colpita. Avete avuto paura che potesse diventare un secondo caso Lombardia?
In realtà la nostra Regione è stata quella che ha subìto per prima l’ondata epidemica. Il focolaio lodigiano, confinante con il piacentino, ha investito Piacenza data l’alta mobilità lavorativa tra le due province. Per questo motivo il virus è dilagato sul nostro territorio, a cominciare proprio da Piacenza, che ha pagato un tributo terribile al virus, con oltre 900 decessi e più di 5mila contagi.

Mentre negli ospedali si reggeva l’urto della pandemia, ci siamo organizzati per affrontare il virus sul territorio. Grazie all’istituzione delle USCA - le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, abbiamo dato il via a una costante azione di screening e di contact tracing, per individuare potenziali focolai, circoscriverli e spegnerli sul nascere.

Un’azione che nel tempo si è allargata a screening di massa sia territoriali che per categorie lavorative, evitando l’insorgere di nuovo focolai. E oggi, ad estate conclusa, possiamo dire che la strategia ha funzionato, perché affrontiamo la seconda ondata epidemica con un numero di contagi tra i più bassi a livello nazionale. Non solo, siamo la Regione che effettua quotidianamente il maggior numero di test sierologici al giorno, e - con oltre 10mila tamponi al giorno - tra le prime in Italia per capacità di processazione.

Però, lo ribadisco, il rischio zero non esiste, affrontiamo l’autunno ben attrezzati, proseguendo sul territorio con screening e contact tracing, ma anche con una rete di oltre 500 letti di terapia intensiva - che speriamo non sia necessaria - di cui espressamente dedicati ai pazienti Covid circa la metà.

Abbiamo naturalmente potenziato il personale sanitario, assumendo oltre 5000 professionisti tra medici, infermieri e operatori sociosanitari, e il nostro obiettivo è la loro stabilizzazione

Nonostante l’alto numero di contagi, specie in alcune province, la Regione non ha sollevato polemiche nei confronti del Governo. Il presidente Bonaccini non è praticamente mai comparso nei telegiornali, dove invece apparivano quotidianamente esponenti di altre Regioni. Le chiedo, allora, qual è la sua opinione rispetto alla gestione dell’epidemia da parte del Governo e alla collaborazione con le Regioni?
È stato, e continua ad essere, un grande lavoro di squadra tra i diversi livelli istituzionali, ognuno per la propria competenza, con un solo grande obiettivo: gestire la pandemia assicurando un ritorno alla normalità - in attesa del vaccino - che garantisca la sicurezza di tutti i cittadini e il pieno recupero delle relazioni personali e lavorative. In altri termini, alla nostra vita di sempre.

Anche in Emilia-Romagna si è registrato un alto numero di decessi tra gli anziani delle Rsa. Cosa non ha funzionato?
Le Cra sono stato un fronte purtroppo fragile, in cui il virus - nonostante tutte le misure di sicurezza messe in campo - ha trovato nelle condizioni di pluripatologie di gran parte degli ospiti un contesto in cui diffondersi. Dopo le prime settimane, in cui era difficile reperire i necessari dispositivi di sicurezza individuale e non era facilissimo per i gestori isolare i degenti, le Aziende sanitarie hanno assicurato costantemente un sostegno in termini di integrazione di personale e di formazione agli operatori.

Non solo, si è andati alla pubblicazione e diffusione di linee guida che assicurassero la correttezza delle procedure, l’isolamento degli ospiti in caso di positività, screening sia agli operatori che ai pazienti. Tutto questo ha limitato la diffusione del virus, ma siamo consapevoli che sulle Cra siamo chiamati a un ripensamento del modello.

Proprio per questo ci siamo resi disponibili a un tavolo che coinvolga le istituzioni, i soggetti gestori, le parti sociali, i comitati dei familiari delle vittime, un tavolo di discussione e di progettazione non per guardare all’indietro, ma per trarre alcune lezioni da quanto accaduto e riprogettare i servizi del futuro.

Allo stato attuale, qual è la situazione delle liste d’attesa per il recupero delle prestazioni non eseguite durante il lockdown? Che misure avete attuato?
La situazione è certamente stata influenzata da un’emergenza pandemica che non era stata prevista rispetto nelle dimensioni che ha avuto, ma il sistema ha sostanzialmente retto. Se nel corso del 2019 il 90% degli interventi chirurgici monitorati dal Ministero della Salute è stato eseguito nei tempi previsti, oggi siamo intorno all’85%.

Ciò è stato possibile grazie a una forte risposta organizzativa da parte della rete ospedaliera e territoriale, con un impegno molto intenso ed encomiabile da parte di tutti i professionisti e attraverso l’adozione di strumenti innovativi, ad esempio, nella programmazione chirurgica e nella rete dell’emergenza-urgenza.

Con l’inizio della fase 2 ai primi di maggio, la Regione Emilia-Romagna ha previsto un graduale riavvio di tutte le attività sospese durante la fase critica dell’emergenza, e ha chiesto alle Aziende la predisposizione di piani di ripartenza dettagliati, con particolare attenzione alle attività chirurgiche e ambulatoriali. La strategia si è basata sull’aumento della capacità produttiva, attraverso l’effettuazione di prestazioni aggiuntive, assunzioni di personale sanitario e l’utilizzo di piattaforme operative esterne, in partnership con aziende del privato accreditato.

Il sistema è stato anche fortemente riorientato in un’ottica di massima prevenzione del contagio da virus SARS-CoV-2 e sono stati messi in campo percorsi accurati per garantire alti standard di sicurezza a pazienti e operatori, attraverso l’introduzione dei tamponi per la ricerca dell’RNA virale sia nel percorso dei ricoveri programmati, sia per quello delle urgenze da Pronto Soccorso.

Avete qualche riscontro sugli effetti del lockdown sulla salute dei cittadini dell’Emilia Romagna?
Nel corso dell’emergenza abbiamo da subito attivato in tutte le AUSL apposite equipes psicologiche, che rispondevano ai cittadini telefonicamente o con videochiamata, o di persona.  Dal 24 febbraio al 31 maggio sono state effettuate 9.729 consulenze, il 27% a persone in quarantena o isolamento, il 23% a professionisti sanitari, il 17% a famigliari di persone in quarantena, ricoverate o decedute a causa del covid. Nella grande maggioranza dei casi gli interventi sono serviti a mitigare lo stress, rinforzare la  capacità di affrontare il periodo di difficoltà e prevenire l’insorgere di disturbi psicologici. Solo ne 2% dei casi si è rilevata la necessità di invio a servizi di secondo livello (centri di salute mentale, psicoterapia ospedaliera).  

Per quanto riguarda le emergenze psichiatriche, nel corso del lockdown si sono drasticamente ridotti gli accessi ai Pronto soccorso (in media del 47% rispetto allo stesso periodo temporale del 2019). L’accesso in Pronto Soccorso per autolesionismo e tentativi di suicidio si è ridotto del 12%, e, diversamente da quanto ci si sarebbe potuto attendere, anche i trattamenti sanitari obbligatori hanno subito una importante riduzione (25% in meno, rispetto allo stesso periodo del 2019).

Va detto che i centri di salute mentale nel periodo del lockdown hanno incrementato le prestazioni domiciliari per sostenere i propri assistiti in un momento difficile, e hanno tenuto i contatti con i loro assistiti attraverso telefonate e videochiamate, individuali e di gruppo.

L’impatto a lungo termine non è ancora valutabile; sarà interessante la lettura dei dati di attività dei servizi dei prossimi mesi, per cogliere eventuali rimbalzi negli accessi ai servizi o incrementi nei disturbi da stress post traumatico e di altre patologie psichiatriche.

Avete firmato un accordo con le farmacie per l’esecuzione degli screening sierologici per il covid nelle farmacie. Cosa prevede l’accordo?
Siamo convinti dell’operazione, l’unica di questo genere in Italia, che è diretta agli studenti e ai loro familiari, ai docenti e ai non docenti, dando così continuità allo screening sierologico per il personale scolastico messo in campo nelle scorse settimane, a cui c’è stata un’adesione superiore al 70%. Le farmacie rappresentano un esempio di quella sanità di prossimità a cui dobbiamo tendere sempre di più. La farmacia, in tal senso, è davvero un elemento della quotidianità territoriale sanitaria di ogni cittadino.  

Ne approfitto per ringraziare pubblicamente le associazioni di categoria delle farmacie (Federfarma, Assofarm, Ascomfarma, FarmacieUnite) che hanno dato la disponibilità ad erogare, su nostra richiesta e per la prima volta in Italia, servizi di primo accesso di questo tipo.

Il test, lo voglio ricordare, è gratuito. Sarà sufficiente prendere un appuntamento e recarsi nella propria farmacia per il test, con la supervisione del farmacista. Si comincia il 19 ottobre.

Si avvicina la nuova campagna antinfluenzale, che quest’anno ricopre una importanza fondamentale nell’ambito della gestione dell’epidemia. Cosa ha previsto l’Emilia Romagna per la campagna influenzale di quest’anno?
Quest’anno la campagna di vaccinazione antinfluenzale parte il 12 ottobre, con un mese d’anticipo rispetto agli anni scorsi. Abbiamo acquistato 1 milione e 200mila dosi, il 20% in più rispetto all’anno scorso. E a queste se ne aggiungerà un ulteriore 20% in caso di bisogno. Tra le categorie per cui il vaccino è raccomandato, e gratuito, quest’anno sono previsti anche i cittadini a partire dai 60 anni di età (sino all’anno scorso era 65 anni), oltre naturalmente a donne in gravidanza, adulti e bambini (a partire dai 6 mesi di età) con patologie croniche, medici e personale sanitario e sociosanitari, addetti ai servizi pubblici essenziali (per esempio, forze dell’ordine, vigili del fuoco, volontari che operano nel settore sanitario), donatori di sangue e personale degli allevamenti e dei macelli. Insomma, siamo pronti.  

Sarà importante che soprattutto le categorie a rischio si vaccinino, quest’anno è ancora più importante perché - data la potenziale sovrapposizione dei sintomi da influenza stagionale e Covid - sarà più semplice andare a una diagnosi differenziata.

Qual è la sua opinione rispetto all’ipotesi di introdurre la vaccinazione antinfluenzale nelle farmacie? Ritiene che potrebbe essere lo stesso farmacista ad eseguire la vaccinazione?
L’offerta della vaccinazione antinfluenzale è già capillare grazie alla collaborazione dei Medici di Medicina Generale, il cui ruolo è fondamentale anche per la promozione della vaccinazione tra gli assistiti che rientrino tra le categorie a rischio. Rispetto alla possibilità che sia lo stesso farmacista ad eseguire la vaccinazione, noi rispettiamo le normative vigenti, che attualmente non prevedono questa prestazione.

La scuola è uno degli ambiti più critici per sovraffollamento e, soprattutto tra i più piccoli, per le difficoltà a fare rispettare le misure di sicurezza come il distanziamento e la mascherina sempre sul volto. Già alcune classi sono finite in quarantena per la presenza di una persona positiva. L’arrivo dell’inverno e delle influenze rischia di rendere la situazione nelle scuole molto caotica. Secondo lei può essere utile la reintroduzione della figura del medico scolastico? 
I bambini più piccoli, quelli che frequentano le scuole dell’infanzia, sono in realtà al momento i meno coinvolti da COVID. Il maggior numero di casi si registra infatti nelle scuole secondarie e il loro contagio è prevalentemente legato all’ambiente extrascolastico, su cui sarebbe opportuno concentrare gli interventi di prevenzione.

Il nostro Servizio Sanitario Regionale garantisce a tutti i bambini il Pediatra di Libera Scelta, che assolve ai compiti di prevenzione - che in parte erano svolti in passato dal medico scolastico - oltre che di cura. Da lì si deve partire per un progressivo rafforzamento della medicina del territorio.

Ci sono altre misure che state mettendo in campo per fronteggiare l’epidemia durante l’inverno? I contagi sono in aumento, potrebbero esserci nuovi lockdown?
A fine ottobre avremo a disposizione 2 milioni di tamponi rapidi, che forniscono il risultato nel giro di massimo 20 minuti. Intendiamo utilizzarli principalmente su due fronti: la scuola, naturalmente, ma anche negli ambiti lavorativi pubblici e privati a maggior rischio. E, più in generale, su quelle situazioni che risulteranno critiche dall’osservazione degli andamenti epidemiologici.

La nostra strategia rimane quella descritta: screening e contact tracing come colonne su cui poggia l’intero sistema di vigilanza sanitaria. I numeri ci dicono che riusciamo a individuare, circoscrivere e spegnere numerosi focolai che si presentano contemporaneamente sul territorio. Siamo fra le regioni i cui Dipartimenti di Sanità Pubblica testano di più la popolazione e, da diverse settimane, non siamo più fra le regioni massimamente colpite dalla pandemia, ma non possiamo abbassare la guardia e cantare vittoria. Lo faremo solo dopo il vaccino.

A cura di Lucia Conti
07 ottobre 2020
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