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FarmacistaPiù. Intervista ad Andrea Mandelli: “Maggiore collaborazione tra i professionisti della salute per migliorare l’assistenza”
"Occorre costruire le condizioni necessarie perché l’opera del medico, del farmacista, dell’infermiere che operano nel territorio si saldino in una prestazione all’effettiva integrazione dei diversi contributi in un processo di cura senza soluzioni di continuità che veda al centro il paziente". Questo l'auspicio del presidente Fofi che rilancia il tema di una maggiore integrazione della farmacia nel servizio sanitario in occasione della V edizione di FarmacistaPiù.
13 SET - “Il paziente, il farmacista, la farmacia e l’alleanza interprofessionale per la sostenibilità del sistema sanitario nazionale”. Già nel titolo, la V edizione di FarmacistaPiù segnala quale sarà il prossimo snodo dell’evoluzione del ruolo del farmacista e, al contempo, dello stesso Servizio sanitario, perché, spiega il presidente della Fofi, Andrea Mandelli, senza una forte collaborazione tra i professionisti della salute, senza la costruzione di un processo di cura senza soluzione di continuità che va dall’ospedale al territorio, difficilmente si potranno mantenere gli attuali standard assistenziali e anche garantire lo sviluppo dello stesso servizio farmaceutico. Uno snodo che la professione vuole affrontare forte della sua visione e delle sue esperienze e pronta a un confronto costruttivo con tutti gli attori della sanità italiana. 
 
Presidente Mandelli, quest’anno a FarmacistaPiù l’accento è posto sulla collaborazione tra le professioni. Perché?
E’ uno dei temi centrali del nostro congresso ed è anche uno degli aspetti cruciali per il nostro Servizio sanitario. La Federazione in questi anni si è impegnata a dimostrare la possibilità per il farmacista, di comunità e ospedaliero, di partecipare al processo di cura e contribuire al suo successo con una serie di prestazioni e servizi cognitivi. Senza false modestie, possiamo dire di esserci riusciti, ma ora occorre costruire le condizioni necessarie perché l’opera del medico, del farmacista, dell’infermiere che operano nel territorio si saldino in una prestazione all’effettiva integrazione dei diversi contributi in un processo di cura senza soluzioni di continuità che veda al centro il paziente. Questo non è possibile se non si costruisce, dal punto di vista soggettivo, una comunicazione costante tra i professionisti della salute e, dal punto di vista oggettivo, quel flusso di informazioni costante che può essere garantito soltanto dall’implementazione del Fascicolo sanitario elettronico  e del Dossier farmaceutico che ne fa parte. 
 
Un obiettivo lontano?
Esistono ancora delle difficoltà, ma le esperienze, tanto in Italia quanto all’estero, dimostrano che possono essere superate. Nell’ultimo Congresso dell’International Pharmaceutical Federation, il 2 settembre, il ministro della salute della Scozia ha spiegato che metà degli studi di medicina generale si avvalgono della consulenza di farmacisti clinici. E’ un esempio tra tanti. Sono fermamente convinto che se si ragiona in termini di obiettivi, se si rispettano le competenze e le prerogative delle diverse professioni, se si mette al centro il paziente, tutti gli ostacoli sono superabili.
 
Il Congresso, e non è la prima volta, propone alla discussione la sostenibilità del Servizio sanitario….
Certamente, perché qui il contributo del farmacista può essere decisivo per almeno due aspetti. Il primo è l’opera fondamentale di supporto all’aderenza terapeutica, ma in prospettiva non c’è soltanto questo. La capillarità della rete delle farmacie di comunità è fondamentale per rispondere ai problemi dei cittadini che non richiedono l’acceso al pronto soccorso o alla guardia medica. In Inghilterra è stato sperimentato con successo un programma, chiamato Community Pharmacy Referral Service, nel quale i pazienti che avevano chiamato il numero unico del servizio sanitario – il 111 – lamentando disturbi di minore entità̀, anziché́ essere indirizzati al pronto soccorso, alla guardia medica o al medico di medicina generale, sono stati invitati a recarsi nella più vicina delle 338 farmacie arruolate nella sperimentazione. In due terzi dei 6000 casi il farmacista ha potuto risolvere la situazione, evitando un ricorso improprio alle altre strutture. Non è un contributo trascurabile. Credo che anche in Italia si debba cominciare a ragionare su una maggiore integrazione della farmacia nel servizio sanitario.
 
Una delle novità di questa edizione è la partecipazione ufficiale di Federfarma. Vuole commentarla?
E’ una novità e un fatto estremamente positivo per la professione: ho sempre sostenuto che FarmacistaPiù dovesse essere la casa di tutti i farmacisti, dove tutte le componenti e tutte le espressioni professionali potessero trovare tempi e spazi per incontrarsi, confrontarsi e proporre il loro contributo. Oggi possiamo dire che questa visione, che avevamo già condiviso con UTIFAR, viene a completarsi.
 
Dopo cinque anni, qual è a suo avviso la funzione più importante di questo Congresso nazionale?
Oggi ci troviamo di fronte a una situazione complessa, nella quale si intrecciano i cambiamenti strutturali del comparto del farmaco, a cominciare da quelli dettati dalla Legge sulla Concorrenza, la necessità di rivedere profondamente l’assetto dell’assistenza sanitaria, e ovviamente gli effetti di una crisi economica che per l’Italia non sembra certo essere finita. Da questa situazione possiamo uscire positivamente soltanto se si ha la forza di proporre soluzioni tanto innovative quanto concertate, che tengano presenti e contemperino tutti gli interessi in gioco, ma che poi vengano sostenute compattamente da tutta la professione. Ritengo che un Congresso nazionale come questo sia un incubatore irrinunciabile dell’unità della professione attorno a una politica di rinnovamento.
13 settembre 2018
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