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Interventi al cuore. Gise: “Aumentati del 10-30%. Emergenza finita, si torna ai livelli pre-Covid”
I 273 laboratori di emodinamica e cardiologia interventistica hanno recuperato i ritardi degli ultimi due anni e mezzo a causa della pandemia: i dati mostrano un incremento del numero di interventi rispetto al 2020 che va dal 10% per le angioplastiche coronariche con stent al 30% per la Tavi. Ora serve migliorare i percorsi dei pazienti che spesso, a causa delle difficoltà di accesso registrate in pandemia, arrivano con quadri cardiologici più complessi da trattare.
07 LUG -

Coronarografie, angioplastiche, interventi di sostituzione delle valvole cardiache sono tornati ai livelli pre-Covid: dopo lo stop forzato imposto dalla pandemia e un 2020 in cui il numero di procedure di cardiologia interventistica è diminuito in media quasi del 20%, oggi gli interventi registrano un incremento a doppia cifra rispetto all’anno precedente e il volume di procedure è pari a quello del 2019.

Nel 2021 per esempio sono state eseguite 146.529 angioplastiche a fronte di 133.168 registrate nel 2020, le TAVI sono state 9911 contro soltanto 7605 eseguite nel 2020, mentre sono ben 278.312 le coronarografie diagnostiche eseguite in tutto il Paese. Lo rivela il Registro dell’attività dei 273 Laboratori di emodinamica e cardiologia interventistica italiani, i cui dati sono stati discussi dagli esperti della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise) durante il congresso Gise Think Heart, a Napoli il 7 luglio.

I dati 2021 del Registro, una realtà unica che monitora fedelmente l’attività di tutta la cardiologia interventistica nel nostro Paese fin dal 1981, mostrano come soprattutto grazie all’impegno del personale sanitario sia stato possibile recuperare in gran parte i ritardi dovuti alla pandemia. Gli esperti segnalano tuttavia che i pazienti oggi hanno spesso un quadro cardiaco più compromesso rispetto al passato e anche per questo diventa sempre più necessario fare uno sforzo per ottimizzare l’organizzazione dei percorsi fra ospedale e territorio, così da gestire al meglio le risorse a disposizione e garantire ai cittadini gli esiti migliori in termini di qualità di vita dopo gli interventi. 

“Nel 2021 finalmente possiamo dire di avere recuperato gran parte dei ritardi nelle procedure interventistiche dovuti alla pandemia: il numero di angioplastiche coronariche con stent, per esempio, è cresciuto del 10% rispetto al 2020 e quello delle TAVI del 30%, gli interventi per ridurre il rischio di ictus come l’occlusione percutanea dell’auricola sinistra o l’occlusione del forame pervio sono aumentati del 30-35% – spiega Giovanni Esposito, presidente Società Italiana di cardiologia Interventistica (Gise) e direttore della UOC di Cardiologia, Emodinamica e UTIC dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli –. Tutto ciò è stato reso possibile soprattutto grazie all’impegno e l’abnegazione del personale, che non è aumentato ma si è anzi ridotto”.  

Questo ha consentito di rimettere in luce anche problemi strutturali noti e ora più evidenti. “Restano alcune criticità e l’Italia, soprattutto per l’applicazione delle nuove tecnologie, resta ancora agli ultimi posti in Europa: la riparazione transcatetere della valvola mitrale, per esempio è cresciuta solo del 5% e soprattutto non è ancora diffusa a livelli accettabili per le esigenze cliniche dei cittadini – prosegue Esposito –. Inoltre circa 10.000 italiani hanno avuto accesso alla TAVI e il ricorso a questa procedura è in crescita, ma i dati di TAVI per milione di abitanti mostrano ancora un gap di trattamento e soprattutto un’accentuata variabilità regionale, indicando che tuttora molte persone che avrebbero indicazione alla terapia, la cui platea si è anche allargata con le linee guida scientifiche più recenti, non la ricevono. Infine, anche nel caso delle angioplastiche coronariche con stent, i dati non sono tutti in positivo, sebbene si possa dire che l’impatto del Covid sia stato parzialmente recuperato in termini di numero di prestazioni: soprattutto nella prima fase della pandemia, infatti, i pazienti hanno evitato di recarsi in ospedale anche in presenza di sintomi di infarto, così ora è maggiore il numero di pazienti più complessi e compromessi, con peggiori esiti a lungo termine sulla funzionalità cardiaca complessiva”. 

Questo significa che i pazienti oggi hanno spesso un quadro cardiaco più compromesso rispetto al passato. “Anche per questo – conclude il prof. Esposito – diventa sempre più necessario fare uno sforzo per ottimizzare l’organizzazione dei percorsi fra ospedale e territorio, così da gestire al meglio le risorse a disposizione e garantire ai cittadini gli esiti migliori in termini di qualità di vita dopo gli interventi”.

07 luglio 2022
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