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Convegno Cei. Mandelli: “La farmacia è prestazione, ma anche dialogo con il cittadino”
 
Il presidente della Fofi è intervenuto ieri pomeriggio al convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana per confrontarsi su un nuovo paradigma della sanità incentrato sull’umanizzazione, l’ascolto, l’equità e la valorizzazione della dignità della persona. Tre giorni di lavoro in cui la farmacia è stata più volte citata come presidio di riferimento dei cittadini e “sentinella” dei bisogni dei più fragili.
 
20 GIU - “Viviamo una situazione dove, un po’ in tutti i Paesi, si svilisce la professionalità degli operatori della sanità, visti come prestatori d’opera. I farmacisti, in particolare, sono percepiti come erogatori di un servizio da ottenere al minore costo possibile. Si continua dunque a tagliare e a svilire la nostra professionalità. Senza considerare che la grande funzione del farmacista è anche quella di riuscire ad intercettare i bisogni. E ad avere quel dialogo con il paziente che forse i medici oggi non riescono più ad avere. Grazie anche alla capillarità e alla facilità di accesso dei nostri presidi”. d ricordarlo è stato il presidente della Fofi, Andrea Mandelli, intervenendo nel pomeriggio di ieri alla seconda giornata di lavoro del convegno promosso dall'Ufficio per la pastorale della sanità della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) dal titolo Un nuovo paradigma per la sanità in Italia. La Chiesa a servizio del cambiamento (vedi lo speciale sulla prima giornata e gli interventi della mattina della seconda giornata).

“Le farmacie – ha spiegato Mandelli – sono un vero e proprio sportello di incontro, in grado di percepire i bisogni, di aiutare ed di orientare i cittadini”. Un presidio in grado, in fondo, di realizzare quel paradigma della sanità che la Cei ha voluto proporre in questo convegno. Un paradigma incentrato sulla centralità della persona, sull’umanizzazione, sul dialogo e l’ascolto, sull’equità e sulla valorizzazione della dignità della persona e sulla collaborazione tra tutti i professionisti, ma anche tra tutti i cittadini, per realizzare un vero welfare solidale.

Il presidente della Fofi ha evidenziato come la grande realizzazione di questo modello sia il fulcro della farmacia dei servizi. Nata nel 2006, “in un momento drammatico in cui iniziava quella deriva che ancora adesso dobbiamo subire e che si basa sull’assurda convinzione che cancellando le farmacie e la professione del farmacista il Pil crescerà di 10 punti percentuali”. In quel contesto, i farmacisti si rendevano però conto di quali fossero i bisogni della popolazione e percepivano di avere le competenze e le forze per rispondervi. “Abbiamo cercato di dare un contributo reale e di ricordare come la farmacia e il farmacista potessero avere un ruolo importante nella società”. “È stato un percorso – ha ricordato Mandelli - che la Federazione ha sostenuto con grande forza, convinta che il farmacista potesse essere una parte importante della sanità sul territorio, capace di integrare tutte le professioni sanitarie”.

Lo spirito di base era fare della farmacia un vero presidio, in cui i farmacisti, con i medici, gli infermieri e gli altri professionisti, potessero offrire ai cittadini una risposta ai loro bisogni a prezzi contenuti, rispondendo a quelle esigenze di risparmio e di fragilità che ora sono evidenti a tutti, ma di cui già nel 2006 si percepiva l’esistenza e l'aggravamento. In particolare nei confronti degli anziani e dei più fragili. “L’obiettivo – ha spiegato Mandelli – era anche di dare una risposta ai bisogni del cittadino che non ha più, alle sue spalle, una famiglia che gli garantisca una rete sicura. Siamo quindi usciti dall’autoreferenzialità per andare incontro al cittadino”.

Un progetto che, ha spiegato il presidente della Fofi, “deriva sostanzialmente dalla missione dell’Ordine, il cui compito è garantire la qualità del servizi al cittadino agendo sul professionista. Facendo quindi sì che il professionista sia all’altezza della sfida che si realizza come un beneficio per il cittadino che riceve il servizio”.

Tuttavia, ha osservato il presidente della Fofi, “la grande opportunità offerta dalla farmacia dei servizi purtroppo non ha avuto la realizzazione che speravamo. Non è morta, ma sicuramente ha subito una frenata anche a causa dei mancati atti spettanti alle Regioni per realizzarla. Con un grande rammarico da parte nostra, perché potrebbe essere davvero il primo grande esempio di integrazione dei servizi. Volevamo essere un motore dello Stato, mettendo insieme la centralità della professione con la centralità del cittadino. Una centralità che avrebbe riguardato molti professionisti, che avrebbero avuto un ruolo importante senza invasioni di campo”.

L’auspicio, però, è di riuscirci ancora .”Rientro – ha raccontato Mandelli - da un convegno dei farmacisti europei in cui si è dibattuto sul futuro della professione. E siamo tutti d’accordo nel sostenere che, in questa condizione di grande crisi economica e sociale, i servizi debbano essere il più possibile disponibili sul territorio. Per farlo dobbiamo cercare, noi tutti professionisti della sanità, di costruire una rete, una catena di cui ognuno di noi rappresenta un singolo anello. Una catena che dia più forza a tutta la filiera ma anche faccia anche fronte comune contro gli attacchi alla nostra professionalità e in tentativo di svilirne missione e competenze”. In un momento in cui tutta alla sanità è concepita come un servizio da tagliare, secondo il presidente della Fofi è quindi necessario “dimostrare più orgoglio della professione e più orgoglio nello stare vicino ai cittadini. E partendo da uno strumento legislativo che già c’è, dobbiamo costruire, ognuno nelle proprie competenze, una rete che ponga al centro della sanità la persona, ma anche il professionista. Perché la sanità la fa il professionista”.

Mandelli è intervenuto nell’ambito di un dibattito che ha visto coinvolti molti altri rappresentanti del mondo della sanità: Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo, Gennaro Rocco, vicepresidente dell’Ipasvi, Costantino Troise, segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil Medici, Riccardo Cassi, presidente della Cimo, Giacomo Milillo, segretario nazionale della Fimmg, Roberto Lala, segretario nazionale del Sumai, Daniela Volpato, segretario nazionale Cisl Fp, Maria Vittoria Gobbo, segretario nazionale della Uil Fpl, Donato Menichella, segretario nazionale Anmirs.Un dibattito che ha mosso i passi dalle due relazioni che hanno preceduto la tavola rotonda, quella di Ivan Cavicchi, ordinario di sociologia dell’organizzazione sanitaria e filosofia della medicina all’Università di Roma Tor Vergata, e quella di Michele Colasanto, ordinario di sociologia e dei processi economici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, incentrati proprio sul ruolo dei professionisti della sanità e sull’importanza di ripensare il concetto di lavoro per realizzare un nuovo paradigma della sanità.

“Non può esserci cambiamento del paradigma della sanità senza passare attraverso un cambiamento delle condizioni e dei principi che regolano il lavoro in sanità”, ha affermato infatti Cavicchi sottolineando come “quello di chi opera in sanità sia un lavoro speciale, perché ad altissima complessità ma anche perché quel lavoro ha enormi ricadute, etiche, economiche e molte altre ancora”. Il lavoro, anche secondo Colasanto, è la chiave di volta di ogni cambiamento. “Ed è paradossale come invece in Italia il lavoro sia stato sempre ‘perdente’. Alla crisi, infatti, invece di investire sulle energie umane, si è sempre pensato di rispondere tagliando sul lavoro”. Il lavoro, secondo Colasanto, “oggi manca di protagonismo”. Un protagonismo che i professionisti della sanità devono ritrovare.

Osservazioni che hanno trovato concordi i partecipanti alla tavola rotonda. Anche se, secondo Volpato, “l’Italia deve stare attenta a non appassionarsi troppo all’idea che c’è da cambiare tutto per migliorare e attenta a non appassionarsi a un esasperato interventismo legislativo”. Secondo la sindacalista della Cisl Fp bisogna piuttosto “analizzare i cambiamenti già avvenuti negli ultimi 20 anni conservando e ripartendo da quel che è stato fatto di buono, anche attraverso l’aziendalizzazione di cui tanto oggi si dice male ma che, in certi contesti, ha permesso lo sviluppo di importanti esperienze”. Secondo Volpato, inoltre, è bene guardare soprattutto alle piccole realtà locali e, quindi, ai contratti decentrati. “Perché il contratto è anche lo strumento che permette di gestire gli strumenti del sistema e dell’azienda”.

Per Milillo le difficoltà di pensare a qualsiasi cambiamento risiedono nel fatto che "a frenare l’Italia non c’è solo la crisi, ma un atteggiamento di fondo che si sintetizza nell’autoreferenzialità", anzitutto politica ma non solo. “La riforma della medicina generale è stata impedita da questo: dall’autoreferenzialità e dal pregiudizio. Viviamo rapporti di forza e la medicina difensiva – ha detto Milillo – è anche il risultato di una politica difensiva”. Per il leader della Fimmg “ogni proposta viene criminalizzata e il medico si trova addirittura a dovere giustificare una prescrizione come qualcosa di fatto perché utile per il paziente e non per compiacere una casa farmaceutica”. Il dialogo, secondo Milillo, non è ancora maturo. E nella professione medica “si vuole rendere legge quello che invece dovrebbe essere una scelta”.

Anche secondo Cassi, d’altra parte, “si continua a parlare di integrazione ospedale-territorio ma si continua ad agire come se si trattassero di mondi diversi. Le divisioni vanno superate e deve nascere una vera e propria rete”. I pazienti oggi, ha osservato Cassi, “vengono ricoverati, poi dimessi perché l’obiettivo di un ospedale è sempre la dimissione. Ma non trovano sul territorio le risposte assistenziali di cui avrebbero bisogno. Ed ecco che dopo poco tempo quegli stessi pazienti sono nei pronto soccorso e poi di nuovo ricoverati. Magari i pazienti vengono anche curati, ma non è difficile capire perché sono insoddisfatti. Non si sentono presi in carico. Perché l’assenza di una rete, non permette una reale presa in carico”.

Ma i medici non sono indifferenti a tutto questo. “Viviamo un profondo disagio”, ha affermato Massimo Cozza ricordando che contro queste condizioni l’intersindacale medica proporrà il 28 giugno prossimo il Sanità Day. “Perché questa situazione insostenibile, ricade sul nostro lavoro. Si parla di persona al centro di sistema, si chiede al medico di avere la capacità di ascoltare. Ma la capacità di ascoltare presuppone il tempo per ascoltare. Tempo che oggi, tra blocco del turn over e carenza di organici, non c’è più”, ha osservato Cozza. Secondo il quale “l’unico obiettivo dell’azienda oggi è il risparmio. Un risparmio fatto sul nostro lavoro”. In tema di sanità nella comunità, Cozza ha peraltro ricordato come proprio dalla Fp Cgil sia arrivata la proposta di un'Azienda sanitaria di comunità (Asac) a sostituire le Asl. Un nuovo modello aziendalistico pensato proprio per rilanciare il servizio pubblico e per la ricostituzione del senso di appartenenza e di condivisione di tutti gli attori, con al centro la persona che soffre. “Serve un cambiamento. E deve avvenire con il coinvolgimento dei cittadini e dei professionisti”.

“Il lavoro – ha commentato Troise - è la cruna dell’ago attraverso cui deve passare il cambiamento. Ed è vero, come più volte ripetuto nel corso del convegno della Cei, che questo cambiamento deve passare anche dal cuore”. Ma se è vero che le risorse umane sono il punto di partenza per una sanità migliore, è anche vero, secondo il leader dell’Anaao Assomed, “che oggi viviamo un grande paradosso: da una parte siamo il know how, ma dall’altra siamo un costo. I professionisti sono assimilati a un fattore produttivo da governare e da spremere. Siamo visti come una zavorra. Chi guida la nostra nave, che affonda, sembra non distinguere il nostro peso da quello di una balla di fieno”. In questo contesto, “purtroppo, il tempo per il dialogo non c’è, e in molti ospedali non c’è neanche lo spazio per stare accanto ai cittadini attraverso il colloquio in un momento di sofferenza”. Una situazione che, secondo Troise, sarà difficile da cambiare finché “i medici saranno lasciati soli a difendersi e a difendere la sanità”.

Una unità, quella dei medici, che sta rinascendo ora. Perché, ha spiegato Lala, “lo stato ha preso in mano la sanità e l’ha divisa in tanti piccoli feudi: ospedale, sanità territoriale, specialistica. Questo ha finito con dividere i professionisti, che in situazioni di difficoltà economica e di tagli si sono preoccupati di difendere il proprio territorio e la propria professionalità perdendo di vista l’obiettivo comune. Fortunatamente – ha osservato Lala – abbiamo cominciato a capire che siamo un corpo unico”. Fondamentale, secondo Lala, è poi ricostruire una sanità basata sul rapporto umano, “che per il malato è un elemento fondamentale”. La sfida, quindi, è “riunire i professionisti. E riunire i cittadini intorno ai professionisti”.

Maria Vittoria Gobbo ha quindi sottolineato come sia fondamentale lo strumento contrattuale, “ma i contratti bisognerebbe farli. Quello del comparto è fermo dal 2009”. I sindacati, secondo Gobbo, sono “spesso guardati con pregiudizio, ma il nostro obiettivo, oltre a quello di valorizzare le professioni, è anche quello di valutarle. Anche attraverso il programma di valutazione degli esiti che noi abbiamo inserito nei nostri contratti già da tempo”.

A chiudere gli interventi delle associazioni di categoria è stato Menichella, segretario nazionale dell’Associazione Nazionale Medici Istituti Religiosi Spedalieri. Secondo Menichella, la sanità di derivazione ecclesiale è diventata oggi “la zavorra delle zavorre”, penalizzata dalla politica “nonostante sia il luogo dove finora si è più realizzato quel modello di sanità umana e solidale che è stato proposto nel corso di questo convegno”. E così, “i nostri ospedali sono precipitati e, con essi, gli operatori che vi lavorano e che soffrono per il proprio destino e la propria professionalità”. La situazione di crisi, secondo Menichella, “sicuramente non aiuta la creazione di un nuovo paradigma. Assistiamo a uno sgretolamento del nostro sistema e gli altri ospedali cercano i nostri valori mentre noi degli ospedali di derivazione ecclesiale li stiamo perdendo”. Da qui l’appello di Menichella alle associazioni cattoliche a sostenere, o addirittura “adottare” gli ospedali di derivazione ecclesiale. “Salviamo il nostro valore. Oppure regaliamolo allo Stato. Ma non lasciamolo nella mani degli squali della sanità privata”, ha concluso il segretario nazionale dell’Anmirs.

Gli ultimi interventi della seconda giornata del convegno della Cei, quella dedicata ai professionisti, sono stati di Rocco, Ipasvi, e di Bianco, Fnomceo.

Rocco ha sottolineato come “da sempre la professione infermieristica sia fondata su una cultura di valori antichi come la vicinanza e la solidarietà”. Valori che la professione non vuole perdere di fronte alla spinta alla medicalizzazione e alla tecnologia che la sanità sta vivendo. Gli infermieri, anzi, voglio continuare a contribuire. Contribuire alla sanità, “come abbiamo fatto finora, senza riconoscimenti economici o di carriera”, e alla realizzazione di un nuovo modello di sanità. “La categoria è molto motivata e forse la crisi potrà rivelarsi addirittura un’opportunità per mettere mano a meccanismi incancreniti”. Però, ha ribadito Rocco, “vogliamo che il nostro ruolo non sia solo tecnico, ma anche relazionale. E' quello il paradigma che vogliamo continuare a sviluppare. Con gli altri professionisti”.

Obiettivo, questo, anche dell’Ordine dei Medici. Tuttavia, ha osservato Bianco, “esiste un gap tra la mole per qualità e quantità dei problemi da affrontare e gli strumenti a disposizione degli Ordini per farlo”. Questo, però, non impedisce di piantare importanti basi. Anche insieme agli altri professionisti del settore. “Come abbiamo fatto con il sistema, forse un po’ disarticolato e non perfetto, ma importante, dell’Ecm”. È necessario infatti, secondo Bianco, “costruire, attraverso il confronto, i presupposti perché i cambiamenti possano avvenire”.
Un altro ambito su cui intervenire, ha spiegato il presidente della Fnomceo, è quello della formazione. "C'è la necessità di un ripensamento del modello formativo del medico, che oggi è nei contenuti, nelle forme e nelle procedure altamente inadeguato a rispondere ai moderni processi di cura”. Per Bianco, però, bisogna stare anche attenti a non lasciare troppo indietro la tecnologia e la medicalizzazione. Bisogna, insomma, “evitare un modello riduzionistico della malattia”.
Bianco, comunque, concorda con gli altri professionisti: “Occorre valorizzare il lavoro, perché quella può essere la risposta a una crisi del sistema che non ha più altre riposte. La differenza può farla la capacità di liberare le tante energie che sono nel lavoro”.
 
A chiudere i lavori, Mons. Andrea Manto, direttore dell'Ufficio per la pastorale sanitaria della Cei, secondo il quale "è necessario ritrovare la fiducia, nel futuro e nei rapporti, e la speranza". Secondo Mons. Manto "non si tratta però solo di uscire dalla crisi, ma di ridare speranza all'uomo. Perché la storia - ha detto citando il Vangelo - non termina il Venerdì Santo, ma la domenica, con la Pasqua della risurrezione". Da Mons. Manto, infine, l'auspicio "che ci siano altre occasioni di confronto".
 
20 giugno 2012
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