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“Ssn a rischio. Serve una nuova prospettiva di governance”. Ecco la ricetta di Urbani (Min. Salute). Speranza: “2020 anno di svolta”
Il Direttore della programmazione sanitaria, in un libro presentato oggi a Roma con il ministro Speranza e il viceministro Sileri, dice la sua sulle prospettive del Ssn. “Dobbiamo passare da una logica verticale incentrata sui silos rispetto agli ambiti di assistenza (ospedaliera, farmaceutica, ambulatoriale) e sui tetti di spesa (per farmaci, dispositivi medici, personale), a un approccio orizzontale basato sulla valutazione dell’impatto economico complessivo della patologia. Ma in ogni caso serve un cambio di passo generale”.
10 GEN - “Il nostro Servizio sanitario nazionale ha saputo resistere alla crisi economica e continua a essere tra i migliori al mondo per qualità, costi e prestazioni erogate. Ma non dobbiamo illuderci. Perché non sarà così per sempre se non si cambia passo. Serve un ripensamento in chiave moderna della governance del Ssn”.
 
È questa la “provocazione” che lancia il Direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, Andrea Urbani, nel suo libro “Il Servizio sanitario nazionale guarda al futuro - Verso nuovi e più evoluti schemi di governance” (edizione Egea) presentato oggi a Roma nella sede del Senato a Palazzo Giustiniani con la partecipazione del ministro della Salute Roberto Speranza, del Viceministro Pierpaolo Sileri e di Francesco Rocca, Presidente Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.
 
Una “provocazione”, perché il messaggio che arriva dall’opera di Urbani - quasi 200 pagine che ripercorro la storia recente, e meno recente, del Ssn, le misure di governance messe in campo dai governi che si sono succeduti e i risultati raggiunti - non va letto in chiave allarmistica, bensì come sprone “ad alzare lo sguardo oltre la gestione del corrente e ad immaginare una visione di sostenibilità che richiede nuovi e più evoluti schemi di governance”. Un invito, come scrive nel libro, a guardare la luna e non il dito.
 
Un nuovo modello previsionale istituzionale. Anche perché sono già state gettate le fondamenta per realizzare un’attenta programmazione degli investimenti sulla base di un chiaro piano di priorità e dei bisogni di salute della popolazione; garantendo la sostenibilità del sistema non solo a breve termine.
 
Da tempo, ha spiegato Urbani, il Ministero della Salute, insieme a Iss, Aifa, Inps, Istat e alcune Università italiane, sta costruendo un “modello previsionale” istituzionale che, “consentirà di simulare scenari a breve-medio-lungo termine a supporto della pianificazione strategica e della programmazione sanitaria, con l’obiettivo di fornire ai policy makers strumenti misurati di valutazione prospettica dell’utilizzo delle risorse ampliando l’analisi al di fuori del perimetro del servizio sanitario in senso stretto ed abbracciando il welfare nel complesso”.
 
“Stiamo vivendo un momento di calma apparente – ha spiegato Urbani a Quotidiano Sanità – ma da qui a qualche anno ci troveremo in mano il problema dell’invecchiamento della popolazione e dell’accesso alle innovazioni a cui dobbiamo dare una risposta. Bisogna quindi ipotizzare schemi più evoluti di governance e valutare l’assegnazione delle risorse sulla base di strumenti in grado di misurare puntualmente il valore delle singole scelte”. L’obiettivo è quello di “individuare, tra diverse opzioni allocative, quelle con i migliori rapporti costi benefici secondo un approccio olistico che ne misuri l’impatto su tutto il servizio sanitario o, meglio ancora, su tutto il welfare nella sua accezione più ampia”.
 
Le leve sulle quali agire? “Lavorare su modelli matematici che ci consentano di descrivere lo scenario di salute della popolazione da qui a 30 anni e i costi associati – ha aggiunto Urbani – gli elementi per farlo ci sono e ci permetteranno di simulare delle manovre di investimento. Un passaggio fondamentale, perché solo grazie agli investimenti che realizzeremo oggi sarà possibile stabilizzare strutturalmente la curva della spesa di domani. Se continuiamo a ragionare a 12 mesi inevitabilmente andremo a sbattere contro un muro”. In sostanza come, sottolinea nel libro, una gestione “che nel lungo periodo operi su logiche emergenziali anziché di investimento, metterebbe a rischio la tutela della salute dei cittadini garantita dalla nostra Costituzione e avrebbe ricadute negative sull’intero sistema economico- produttivo”.
 
Per evitare che la barca affondi si impone un immediato cambio di rotta: “Dobbiamo passare – ha spiegato – da una logica verticale incentrata sui silos rispetto agli ambiti di assistenza (ospedaliera, farmaceutica, ambulatoriale) e sui tetti di spesa (per farmaci, dispositivi medici, personale), a un approccio orizzontale basato sulla valutazione dell’impatto economico complessivo della patologia. In questa diversa prospettiva, per esempio, una nuova tecnologia più costosa in sé ma in grado di produrre risparmi in ricoveri e farmaci per il paziente va considerata un investimento e non un costo”. E un insegnamento per tutti sono gli investimenti realizzati sulle nuove terapie per l’Hcv.
 
Anche perché le politiche di controllo della spesa degli ultimi dieci anni riportano alla luce alcune questioni irrisolte. Come la disparità di servizi e condizioni di salute tra le regioni del Nord e quelle del Sud che, si puntualizza nel libro, non dipendono soltanto dalla carenza di risorse. “Osservando l’indicatore sulle risorse disponibili in termini di finanziamento pro-capite – chiarisce il direttore – emerge che molte Regioni del Nord migliorano la loro performance senza aumentare la spesa. Per contro, alcune Regioni del Mezzogiorno peggiorano la performance pur aumentando le risorse disponibili rispetto al dato nazionale”. Il divario Nord-Sud è quindi soprattutto “una conseguenza delle politiche e delle scelte allocative delle Regioni”.
 
Per il Direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute “ci sono importanti margini di riqualificazione della spesa (o spending review)”. “Nella sua corretta interpretazione – scrive nel libro – questo significa andare a ricercare le inefficienze in termini di comportamenti di acquisto attraverso l’osservazione e la misurazione delle varianze su medesimi aggregati di spesa. È la strada migliore per superare la ‘spesa storica’, frutto della pigra ripetizione di anno in anno di scelte fatte nel passato, magari decenni addietro quando lo scenario, la tecnologia, le necessità erano completamente diversi”. È insomma “l’unica strada per superare la logica dei tagli lineari” che hanno creato non pochi mal di pancia.
 
Sulla scorta di questa consapevolezza, sottolinea quindi Urbani, il ministero della Salute ha costituito undici gruppi di lavoro e ha provato “attraverso l’analisi di big data, a creare “relazioni” tra i diversi flussi informativi” a sua disposizione, “per moltiplicare la potenza delle evidenze desumibili da dati che, se singolarmente visualizzati, limitavano il campo di azione”.
 
È chiaro che “gli sprechi non si perseguono solo se si cerca di capire se si compra al ‘giusto prezzo’, ma anche, e spesso soprattutto, se si misura la capacità di comprare ‘la giusta quantità’ e ‘la giusta tecnologia’ in relazione al medesimo bisogno sanitario”. Un approccio sistemico che si è rivelato conveniente per le casse dello Stato: per le merceologie analizzate il risparmio potenziale calcolato vale tra i 615 e gli 820 milioni di euro, pari al 19/25 per cento.
 
Ecco quindi che entra in scena, il nuovo “modello previsionale” istituzionale annunciato da Urbani e sul quale è a lavoro da più di due anni, che fornirà gli strumenti per realizzare una programmazione delle politiche sanitaria di lunga durata. E il passo successivo, per Urbani, sarà esaminare l’impatto “indotto dal sistema Sanità all’interno della spesa pubblica nel suo complesso: ad esempio quello sul welfare allargato, sul sistema fiscale, sull’occupazione, sulla crescita economica”. Perché il settore salute può dare davvero un forte contributo all’economia.
 
Ester Maragò
10 gennaio 2020
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