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Ristrutturazione edilizia e tecnologie del patrimonio sanitario: in 30 anni spesi 24 miliardi ma ormai servono altri interventi. Corte dei conti sollecita investimenti per “garantire sicurezza e livelli assistenza”
“Per rispondere concretamente alle esigenze di una sanità di qualità, accessibile a tutti anche sotto il profilo della sicurezza, sono ancora numerose e costose le opere che è necessario eseguire”. È il parere espresso dalla Corte dei conti in una a delibera che fa un bilancio sull'attuazione del programma straordinario per la ristrutturazione edilizia e l'ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario del 1988. LA DELIBERA
16 MAR - Ammodernare le tecnologie della sanità pubblica, realizzare nuove residenze per anziani e soggetti non autosufficienti, riequilibrare la distribuzione degli ospedali tra il nord e il sud del Paese. Sono questi alcuni degli obiettivi fondamentali, perseguiti dall’art. 20 della l. 11 marzo 1988, n. 671, che ha autorizzato l’esecuzione del programma straordinario di ristrutturazione edilizia. Argomento su cui la Corte dei Conti ha fatto il punto della situazione attraverso la delibera, pubblicata il 9 marzo 2018, “L’attuazione del programma straordinario per la ristrutturazione edilizia e l'ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario”. 

Finora, attraverso vari provvedimenti normativi, sono stati stanziati complessivamente 24 miliardi. La somma ancora da ripartire è di 820 milioni. La prima fase del piano si è conclusa nel 1996. Oggi si è al secondo stadio, la cosiddetta “fase negoziata” da realizzare tramite accordi di programma da sottoscrivere tra il Ministero della salute e le singole regioni destinatarie dei finanziamenti.
 
“Con riguardo alle procedure necessarie per il completamento degli accordi di programma, che le regioni sono tenute a sottoscrivere – si legge nella delibera della Corte dei Conti - le più sollecite sono state: la Lombardia, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, la Liguria, l’Emilia-Romagna, la Toscana e l’Umbria, mentre molte realtà locali centro-meridionali (Lazio, Abruzzo, Puglia, Molise, Calabria, Campania, Sicilia e Sardegna), non solo hanno sottoscritto accordi di programma in misura significativamente inferiore rispetto alle quote assegnate, ma sono risultate anche in ritardo nel compimento delle procedure istruttorie che costituiscono il presupposto per l’ottenimento delle consistenti disponibilità finanziarie residue. È singolare come, nel periodo 1999-2016, la Regione Campania e la Regione Lazio abbiano sottoscritto ciascuna soltanto due accordi di programma lasciando inutilizzato circa il 68 per cento delle risorse disponibili, pari per la Campania a circa 1.187.000.000 euro e per il Lazio a circa 563.000.000 euro”.
 
L’indagine ha evidenziato, inoltre, come talvolta, pur avendo completato le necessarie istruttorie presso il ministero della Salute, alcune regioni, come ad esempio le Marche, non abbiano potuto sottoscrivere i conseguenti accordi esclusivamente per carenza di risorse.

Dall’indagine è emerso che i finanziamenti previsti dalla legge sono stati quasi totalmente utilizzati. Ma, secondo la Corte dei Conti, per rispondere concretamente alle esigenze di una sanità di qualità, accessibile a tutti anche sotto il profilo della sicurezza, sono ancora numerose e costose le opere che è necessario eseguire.
 
“Assolutamente insufficiente - ha scritto la Corte dei Conti - lo stanziamento di soli 90 milioni per la realizzazione delle misure di prevenzione degli incendi nelle strutture sanitarie, mentre nessuna dotazione risulta essere stata destinata per il loro adeguamento alle più recenti norme antisismiche. Per quest’ultimo tipo di emergenza, il ministero ha stimato in non meno di 12 miliardi lo stanziamento necessario per la messa in sicurezza nelle strutture ospedaliere in zone sismiche I e II, a cui vanno aggiunti altri 3 miliardi per il loro adeguamento alla normativa antincendio, nell’ambito di un fabbisogno finanziario complessivo che ammonta a non meno di 32 miliardi di euro”.

Nel periodo dal 2012 al 2016 sono stati sottoscritti 15 accordi di programma che prevedono un totale di 211 interventi, di cui soltanto il 7 per cento è stato completamente realizzato (15 interventi), mentre per il 68 per cento (145 interventi) le opere sono ancora da iniziare e per il 25 per cento i lavori sono in corso di esecuzione (51 interventi).
 
Va anche considerato, come sottolineato nella delibera che “per gli anni 2000-2013, il settore delle infrastrutture nella sanità è stato anche oggetto di programmi cofinanziati dall’Unione europea (con fondi Fas, Fsc, Pac, Pion energie e Pon), per un importo complessivo di 5,19 miliardi, che hanno permesso di realizzare 1.222 interventi, non tutti ancora conclusi”.
 
La Corte dei Conti ha, dunque, rilevato “la scarsità delle risorse di bilancio disponibili per gli investimenti pubblici.Tale situazione - si legge a conclusione della parte introduttiva della delibera - determina due fenomeni, diversi, ma convergenti: da un lato, la scarsa efficacia delle prestazioni direttamente rese dal Servizio sanitario nazionale, dall’altro lato, la ricerca, da parte del Servizio nazionale, di modalità operative che, coinvolgendo l’interesse dei privati imprenditori,siano in grado di sopperire alla carenza delle risorse pubbliche. Ciò comporta, anche ai fini del mantenimento dei livelli essenziali di assistenza, il crescente affidamento a strutture private di quote di prestazioni che, pur intestate al Servizio nazionale, sono erogate da strutture private variamente convenzionate o accreditate con il Servizio stesso e con oneri correnti a carico di questo”.
 
Per la Corte dei Conti è pertanto necessaria  “una riflessione circa l’esigenza di impostare, anche in una prospettiva di medio-lungo periodo, programmi di investimento che consentano di riportare sotto controllo la spesa corrente per il finanziamento degli investimenti privati “sostitutivi delle carenze dell’intervento pubblico”.
16 marzo 2018
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