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Alla Salute mentale destinato il 3,5% della spesa sanitaria. Ma forti disomogeneità Nord-Sud
13 GIU - Alla salute mentale è destinato il 3,5% della spesa sanitaria complessiva in Italia, ma con punte in regioni del Nord, come le province di Trento e Bolzano, in cui si avvicina al 7% e in regioni del Sud, come Basilicata, Marche e Campania, in cui supera di poco il 2%. Questo nasconde grandi disuguaglianze di possibilità di cura e mette a rischio la possibilità di dare risposte appropriate ai pazienti". A metterlo in luce è Fabrizio Starace, presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (Siep), intervenuto, come riporta l’Ansa, alla presentazione della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale, tenutasi al Ministero della Salute.

Tra i suggerimenti che arrivano dalla Conferenza nazionale, spiega Starace, quella di "inserire nella griglia dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) strumenti per valutare anche i percorsi di salute mentale sul territorio, e non solo in ospedale". E, accanto a questo, "la necessità di un monitoraggio del sistema di cura, con la pubblicazione di una relazione annuale da parte del Ministero".

 Momento di confronto sulle politiche per la salute mentale, la Conferenza Nazionale, presentata oggi al Ministero della Salute, si svolgerà il 14 e 15 giugno presso l'Università La Sapienza di Roma. Frutto di un lavoro preparatorio basato su una trentina di incontri tenutisi nei mesi scorsi sul territorio, riunirà oltre 100 associazioni, per fare il punto della situazione e le possibili soluzioni.
 
I Centri di Salute Mentale, denuncia Gisella Trincas, la presidente dell'Unasam, Unione Nazionale delle Associazioni di Salute Mentale, "hanno poco personale e grandi difficoltà organizzative; i centri di riabilitazione diurna sono senza risorse sufficienti ad assicurare il servizio necessario a coprire il fabbisogno; nelle cliniche private spesso mancano i posti. Di conseguenza abbiamo tanti, pazienti con disturbi come psicosi, schizofrenia o bipolarismo, a volte anche gravi, che restano tutto il giorno chiusi in casa e che rappresentano un carico enorme per i familiari, spesso anziani". Si tratta di pazienti, precisa Trincas, soprattutto adulti di 40-60 anni che "spesso subiscono un intervento farmacologico massiccio, non accompagnato da una riabilitazione e da un sostegno psicologico".
In questo modo, prosegue, "invece di portare avanti un percorso terapeutico che li aiuti a migliorare la propria condizione, fanno un percorso cronicizzante, che si traduce in maggiori costi, dovuti a un aumento di malattie organiche e ricoveri più frequenti". Altri pazienti ancora, invece, "hanno difficoltà a essere accolti in una comunità terapeutica nel proprio territorio, e in molti casi vengono inviati in regioni diverse, con uno spaesamento terribile, che non può che aggravare le loro condizioni".
13 giugno 2019
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